Alla conquista della cavalleria

La dimensione politica, militare e ideologica degli uomini e delle loro imprese

È l’alba quando scende nell’acqua fredda. Prende il suo ultimo bagno da semplice uomo d’armi, come un passaggio di Mar Rosso, quasi fosse un nuovo battesimo. Calza brache nere perché è dalla terra che viene e ad essa tornerà, perché deve fuggire l’orgoglio ed essere umile come l’humus, come il suolo. Cinge una cintura bianca, che lo protegga dalla lussuria. Lo rivestono con un lino candido e sottile: sia per lui il segno della purezza. Gli donano una veste di porpora: è il colore del sangue, il suo, quello che dovrà esser pronto a versare per difendere il vero ed il giusto. Lo fanno distendere su un letto, perché dovrà conquistarsi un posto in Paradiso. Poi lo scortano sino in chiesa, sotto lo sguardo fiero e attento di tutti: sta per nascere un nuovo cavaliere.
Lì gli vengono donati gli speroni, simbolo del coraggio e dell’ardore. Poi la spada, mentre il ministro recita le parole: «Cingi, o prode, il gladio al tuo fianco. Ricevilo con la benedizione di Dio, trasmesso a te per punire i malfattori e onorare gli onesti. Che tu possa, con questa spada e attraverso la potenza dello Spirito Santo, resistere e vincere tutti i nemici e gli avversari della Santa Chiesa di Dio, preservare il regno e proteggere la casa di Dio». Quindi arriva la «collata», lo «schiaffo che non si può restituire»: il cavaliere è nato.
In questo modo, secondo il rituale dell’Ordene de chevalerie della metà del Duecento, un guerriero medievale diveniva cavaliere a tutti gli effetti: non solo perché montava a cavallo o cingeva una spada o calzava un paio di speroni, ma anche perché entrava a far parte di un mondo a parte, di una corporazione elitaria e transnazionale, la cavalleria. La dimensione storico-militare ed etica del mondo cavalleresco costituisce uno dei pilastri portanti della civiltà medievale. Che cosa sarebbe infatti il Medioevo, e il nostro Occidente, senza la storia e l’immagine del cavaliere che cavalca senza paura in faccia al nemico, pronto a brandire quella spada «che non porta invano», che non deve portare invano? Vero è anche che sono almeno due le anime della cavalleria: una più laica, ma non per questo anti-religiosa, e l’altra più vicina alla sfera ecclesiastica, come è il caso dell’Ordine di cavalleria che abbiamo visto.
Questa pluriformità della cavalleria trae origine dal suo essere superamento di due condizioni «originarie»: ovvero il portare le armi e il detenere il potere. In un primo senso, quindi, il cavaliere è l’uomo armato che detiene un potere concreto e, in seconda istanza, figurato. Monta preferibilmente a cavallo ma sa anche - e fino all’XI secolo spesso preferisce - combattere a piedi. Si specializza al punto che la parola latina miles, indicante il combattente per eccellenza dell’esercito romano, ovvero il fante, si muta sino a significare esclusivamente il guerriero a cavallo, quello che staffa e sella con arcioni uniscono alla sua cavalcatura, rendendolo una macchina da guerra difficile da fermare una volta lanciato alla carica. In questo senso i cavalieri non sono necessariamente nobili o ricchi, anche se il loro addestramento e armamento (lancia, spada, cotta di maglia, scudo, elmo e cavalli da guerra e da trasporto) costa un occhio della testa. Il cavaliere può essere di umili origini ma, preso al servizio di un potente, va a costituire il nerbo della ost, l’esercito.
Tra cavalieri si stabilisce così un mutuo codice di rispetto che li porta a risparmiarsi reciprocamente la vita - è l’istituto della «grazia» da concedere al vinto - al fine di ridurre i costi umani della guerra e, nel contempo, far lievitare i profitti economici. Perché un cavaliere sconfitto e catturato è una miniera per il vincitore: il quale può spogliarlo di armi e cavalli e soprattutto chiedere un riscatto tanto più alto quanto maggiore è il valore sociale dello sconfitto. Ideologia cavalleresca e profitto materiale si sposano in questo punto, su un piano di onore e guadagno reciproco.
Ma vi è un secondo modo di intendere la cavalleria, anche se la lingua italiana non ci soccorre. Se infatti in altre lingue la distinzione tra «arma a cavallo» e «cavalleria» è evidente sin dal linguaggio (in inglese cavalry e chivalry, in francese cavalerie e chevalerie) l’italiano dispone di un’unica parola per indicare l’una e l’altra. Ed è la seconda che ora ci interessa: ovvero la sublimazione di quel codice militare e professionale che abbiamo descritto in funzione sociale e morale. Ovvero: la «vera» cavalleria non coincide con il prevalere della forza, ma anzi nasce quando il potere connesso con l’uso delle armi viene posto al servizio di una causa più alta: in primis, la difesa della Chiesa e di tutta la Cristianità, ovvero gli indifesi (vecchi, donne, bambini, pellegrini, mercanti, lavoratori dei campi...) e le istituzioni (il regno, l’Impero, il Santo Sepolcro...). È in quest’ampio spettro che trovano posto molte forme di cavalleria: da quella dei «difensori» pubblici (advocati) ai crociati, dagli ordini monastico-cavallereschi (templari, ospedalieri, teutonici e così via) sino ai cosiddetti «ordini laici» come l’inglese della Giarrettiera (dal 1348) e il borgognone del Toson d’Oro (dal 1430).
Jean Flori, al culmine di decenni di ricerche pionieristiche, ha tracciato con maestria tutta la cavalcata di questa dimensione storica, ideale, letteraria, militare e sociale dei cavalieri e della cavalleria nel Medioevo. In Cavalieri e cavalleria nel Medioevo, ci restituisce così polvere e grandezze di un ideale e dei suoi paladini, senza l’abbaglio che la guerra sia bella, ma pure senza l’inganno che debba per forza essere disumana.