«Il Conquistatore al capezzale dei feriti»

Pubblichiamo uno stralcio delle memorie dell’ufficiale George Samuel Parsons, che combatté al comando di Nelson, tradotte per la prima volta in italiano con il titolo Il tenente di Nelson (Effemme, pagg. 324, euro 19). Il brano si riferisce alla cattura della nave francese Guillaume Tell nel febbraio 1800.

La Foudroyant e la sua preda furono rimorchiate fino al porto di Siracusa. Una volta arrivati a Palermo, con l’insegna di Lord Nelson di nuovo issata sull’alberetto di belvedere, tutta la Sicilia si accalcò a bordo per complimentarsi con gli eroi che avevano catturato un nemico così temuto. La lancia dell’ammiraglio si avvicinò sottobordo e si intuiva subito, dallo stendardo reale che sventolava a poppa, dai colpi di remo cadenzati e infine dalla posizione rispettosa che aveva assunto il tenente al timone, che a bordo si trovavano la massime autorità del regno.
Il trillo del fischietto del nostromo ordinò l’«Attenti!» \
L’eroe d’Inghilterra e l’orgoglio della marina intanto dava goffamente assistenza (perché gli mancava un braccio) alla regina del regno di Napoli e alle sue tre figlie. «Scattate, signori, e accompagnatela» e la figlia di Maria Teresa, occhi vivaci e passo veloce, avanzò verso il capitano, che galantemente le fece il baciamano, mentre lei, con grande loquacità, gli faceva i complimenti e continuava a ringraziarlo. E, voltandosi verso gli ufficiali, con grazia inimitabile lei e le figlie offrirono a tutti noi le loro regali mani da baciare. \
La banda suonò una marcia, la guardia presentò le armi e gli ufficiali si tolsero il cappello mentre la discendente dell’imperatrice Maria Teresa metteva piede sul ponte della nave del Conquistatore.
Lo stendardo del re di Napoli fu issato all’albero maestro e mentre la bandiera si apriva al vento i cannoni della squadra cominciarono a tuonare, salutando l’arrivo di questa energica donna con le salve riservate a un sovrano. Il suo esile e perfetto corpo sembrava camminare a mezz’aria, mentre la dolce vivacità dei suoi occhi scintillanti esprimeva una cordialità che quasi induceva (almeno nella mia immaginazione) ad abbracciarla. Dedicò ben poco tempo allo splendido pranzo a base di cibi freddi che era stato preparato appositamente per lei, ma con le sue amabili figlie tentò di alleviare il tormento e le sofferenze dei feriti \.
L’ultimo ferito cui il gruppo si dedicò fu il mio amico e compagno West, dal quale ci portò il cappellano aprendoci la strada. Era terribilmente cambiato. Il bel ragazzo solido e dalle guance come due mele che conoscevo, si era come rimpicciolito, trasformandosi per la sofferenza in un vecchio febbricitante, emaciato ed esangue: sembrava un fantasma. Lord Nelson, con grande compassione, gli prese la mano, lo lodò, gli disse che lo aveva promosso di grado e lo salutò chiamandolo «tenente West». Nessuna emozione apparve sul volto di quell’eroico ragazzo, che pronunciò una parola sola: «Bere». La principessa più giovane, con grande prontezza, tagliò in due un’arancia e ne strinse una parte in modo da far cadere il succo sulle labbra inaridite del ferito.
Lord Nelson presentò la regina del regno di Napoli e le sue belle figlie che già soffrivano per le sue disgrazie: e davvero le ragazze, in lacrime ai piedi della branda, si presero a cuore la sorte del mio amico. Nelson intanto lo invitava a guardare avanti verso il futuro, verso una lunga vita nella quale avrebbe senz’altro raggiunto i gradi più alti della sua professione.
Nel frattempo però il chirurgo scuoteva la testa e mormorava che al massimo sarebbe durato un’ora, perché la ferita era ormai andata in cancrena. Nelson, che aveva una natura sensibile, rimase visibilmente colpito e manifestò un profondo turbamento. Il ragazzo, trovando un po’ di sollievo e di gratificazione grazie ai gentili sforzi della principessa, aprì gli occhi quando lei gli si chinò sopra, ma aveva già lo sguardo della morte.
Improvvisamente sembrò capire la situazione in cui si trovava: il sangue affluì di nuovo al cuore, il polso che era quasi scomparso tornò a farsi sentire e gli occhi per un momento riacquistarono vita. Quando mise a fuoco quella visione che lo sovrastava, certamente la sua mente tornò alla casa lontana e a chi ci viveva. Lo sentii singhiozzare distintamente e gli vidi fare un debole tentativo di baciare la mano che così premurosamente cercava di venire incontro ai suoi bisogni.
Fu l’ultimo sforzo di un corpo che stava per morire: il ragazzo ricadde sul cuscino, i suoi begli occhi assunsero l’aspetto appannato della morte, dalla gola cominciò a emettere rantoli che ci facevano intuire quanto per lui fosse diventato difficile respirare. Il chirurgo commentò che era entrato in agonia.