«Il consenso era interessato Serve una bonifica sociale»

«La potenza della politica non è purtroppo pari a quella della storia». Antonio Bassolino usa queste parole per coprire con una pietra il fallimento della sua politica. Racchiudendo nello spazio di un avverbio, «purtroppo», l’essenza del ben noto fatalismo partenopeo. «Un fatalismo che soltanto ora riscopre - dice Marco Demarco, direttore del Corriere del Mezzogiorno -. Troppo facile diventare fatalisti dopo la prova del governo. Troppo facile, soprattutto, trascinarsi dietro nel crollo l’intera città. Non va bene, è un’operazione scorretta. È come se si dicesse “non potevamo fare altrimenti”. Ma in questo trovo la permanenza dell’idea tipicamente comunista per cui il politico è una cosa sola con il popolo che lui rappresenta. No, invece, il destino dei governati dev’essere separato da quello dei governanti. Un politico moderato non si permetterebbe di accreditare i suoi errori e mancanze sul conto dell’elettorato».
Ma, ci si chiede, nel decennio di... fulgore bassoliniano, il popolo dov’era? Secondo Demarco «dal ’93 al 2004, cioè dall’elezione a sindaco alla faida di Scampia, la città ha vissuto in uno stato di sospensione dell’incredulità. Come al cinema, come a teatro, si assisteva allo spettacolo di una politica utopistica, illusionistica, dandole la fiducia che non meritava. In quel periodo, la camorra era come svanita, dissolta, azzerata». Anche gli intellettuali erano al cinema paradiso bassoliniano? «Guardi, il Pci ha sempre avuto dell’intellettuale un’alta considerazione. Lo vedeva come un valore aggiunto. Penso in particolare alla cooptazione degli intellettuali nel governo della città fatta dal sindaco Valenzi. Ma poi il romanticismo va a rotoli. L’intellettuale torna a essere un rompipalle. E allora, se lo si “arruola”, gli si attribuiscono unicamente ruoli tecnici. L’intellettuale non è più politicamente, ma soltanto tecnicamente organico».
Intanto, il pregiudizio antimeridionale continuava ad assillare le coscienze del resto degli italiani. O no? «Il pregiudizio antimeridionale è un fatto storico, secolare - afferma l’autore di Bassa Italia. L’antimeridionalismo della sinistra meridionale (Guida) -. Ma se penso agli anni del boom economico, o alla Napoli della seconda metà degli anni Settanta - quello sì che era almeno un progetto di “rinascimento” -, ecco, devo dire che in passato s’era fatto qualcosa, per attenuare quel pregiudizio». Un pregiudizio che oggi pare di nuovo ben saldo sulle gambe... «Sa quando è riesploso? Proprio con Bassolino. Lui aveva ricevuto in dono, un prezioso dono da gestire, l’immagine di napoletanità come genialità, come creatività, ma ci ha restituito una Napoli dominata, zavorrata dal pregiudizio degli altri. E anche di se stessa». Insomma, come al solito, ha ragione Totò. Diceva, il principe De Curtis, che, essendo napoletano, aveva l’impressione che anche i gatti lo guardassero in cagnesco.
Ma segnali di ottimismo, nella Napoli del post-monnezza, se ne trovano? «Be’, come si dice... toccato il fondo non si può che risalire. Certo, sia agli occhi del resto dell’Italia, sia a quelli del resto del mondo, il fondo lo abbiamo toccato. Quando mai avremo a disposizione tutti quegli aiuti europei mal gestiti? Tuttavia qualcosa si sta muovendo. Si torna a parlare di alternanza e di dibattito politico. La camorra è finalmente vista come un’emergenza nazionale. E il centrodestra, se si dà una mossa, ha in mano molte carte da giocare».
Secondo il professor Giuseppe Galasso, grande storico del Mezzogiorno anche in chiave antropologica (ricordiamo il suo L’altra Europa, riproposto quest’anno da Guida), «i legami di Napoli sono più forti con il resto del Paese che con il Mezzogiorno. Il sogno della grande capitale ha fatto del male alla città. Almeno quanto il luogo comune dell’eccessivo assistenzialismo venuto dal Nord: Napoli ha avuto tanto, ma meno di quanto si creda. I punti di eccellenza ci sono eccome. Ma vengono frenati. Ci vuole una bonifica sociale, anche a livello di cattiva amministrazione. Noi dobbiamo batterci il petto 33 volte, ma chi sta fuori Napoli non presuma di non avere negli occhi, se non una trave, almeno una pagliuzza».