Al Conservatorio il Mozart del blues

La sua storia si intreccia nell’albero genealogico del rock blues bianco. Anzi, lui è un pioniere degli incroci tra generi e stili, quando ancora nessuno si sognava la parola «contaminazione». Steve Winwood, il ragazzino prodigio, il piccolo Mozart del blues che a 15 anni suonava come un diavolo e cantava con voce coltivata a whisky e sigarette, sulla soglia dei 60 anni ha presentato l’album Nine Lives e stasera torna in Italia per un concerto al Conservatorio portando con sé l’esperienza e il tesoro di mille avventure. Nel nuovo disco c’è il vecchio amico Eric Clapton, con cui Steve ha recentemente suonato al Madison Square Garden di New york per ricordare - dopo 40 anni - il primo concerto americano dei gloriosi Blind Faith. Anni d’oro, tempi d’oro, gruppi d’oro. I Blind Faith, un magico trio (una variante dei Cream) con Winwood, Clapton e Ginger Baker alla batteria; poi i Traffic con Jim Capaldi, la band con cui ha inventato un esplosivo pot-pourri sonoro a base di blues, rock, jazz, folk, suoni classici. Ha inciso con Jimi Hendrix e Joe Cocker e ha debuttato nello Spencer Davis Group imparando dai vecchi leoni del blues come Muddy Waters, John Lee Hooker, Howlin’ Wolk, T. Bone Walker. Un artista che gli ultracinquantenni ammirano da sempre e che ha un grande appeal anche sui giovani. Uno che non molla mai e che torna in sala di incisione dopo cinque anni di silenzio ma dice: «Ho sempre pensato che non esiste un’età per il rock se si hanno le idee chiare».
Nine Lives s’intitola l’album; nove vite sorprendenti come le sue: «Nine Lives perché contiene nove brani che riassumono la mia vita e sono dedicati a tutti gli amici che non ci sono più: da Jimi Hendrix a George Harrison».
Polistrumentista dotato di un’incredibile vocalità, ha inventato la figura del compositore rock nella stagione dei Traffic con dischi come Mr. Fantasy e John Barleycorn Must Die che alterna splendide atmosfere jazz rock alla delicata ed epica ballata folk che dà titolo al disco. «Alle canzonette di tre minuti ho sostituito composizioni lunghe e articolate che passavano dal melodismo alla psichedelia. Si, ho contribuito a creare la cosiddetta canzone progressiva con l’uso di strumenti allora inediti nel rock come il flauto e il sax. Altri come Ian Anderson e Van Morrison hanno fatto lo stesso».
Tra i suoi superclassici anche l’antica Gimme Some Lovin’, entrata di diritto nel repertorio dei Blues Brothers (quanti sanno che è un pezzo di Winwood?). Oggi non è una star sotto i riflettori ma un mito per chi ama il vero rock blues. «Mi interessa solo suonare e comporre, non chiedo altro alla vita. Oggi tutti parlano di contaminazioni; bella scoperta! Il rock nasce da una contaminazione con il blues e il jazz; è una costola della musica nera». Per palati fini, stasera al Conservatorio, una valanga di suoni che vengono dal passato (ma per niente passati) direttamente legati a nuovi lampi creativi venati di soul come Hungry man, I’m Not Drowning e la viscerale Dirty City, stavolta senza la chitarra di Clapton.