Dal conservatorio Paganini di Genova all’isola felice del Teatro alla Scala

(...) Che sia Natale, Capodanno, in salute e in malattia. Eppure ha anche un'attività autonoma, come solista, camerista e docente; ed è marito e papà, con una vita quindi extra lavorativa. «Quando alcuni miei colleghi genovesi mi dicono che per un mese a volte non lavorano, cado dalle nuvole. Com'è possibile non lavorare per un mese? A teatro in un mese si possono allestire grandi spettacoli. E poi questo può anche andar bene per chi è fisso, ma gli aggiunti, i precari? Per un mese cosa mangiano?».
E qui non parliamo solo di Carlo Felice, ma di quasi tutte le nostre fondazioni lirico-sinfoniche, che dalla privatizzazione hanno avuto solo (o quasi) guai. Ma di chi è la colpa? Perché solo La Scala riesce a fare i miracoli? Per tutti i motivi che abbiamo detto all'inizio, certo, che rendono la Scala un gioiello vezzeggiato e coccolato dai più, condizioni che aiutano e che noi non abbiamo. Ma anche perché la testa di chi lavora lì non è la testa di chi lavora altrove. Alla Scala o hai la vocazione e spirito di sacrificio, o cambi mestiere. L'organizzazione del lavoro è un meccanismo delicatissimo e preciso. Prove al mattino per la stagione lirica, spettacolo alla sera (quando è previsto dal cartellone), prove anche di pomeriggio per la stagione sinfonica. «Ci sono giornate in cui suoniamo quasi ininterrottamente, molto oltre l'orario sindacale, ma a nessuno salta in mente di protestare, perché la venerazione del pubblico, in Italia e all'estero, ti ripaga di tutta la fatica. Quando ci accolgono, ovunque, ci trattano come re». Lavoro straordinario non retribuito? Sfruttamento intensivo? Nulla di tutto questo. Le prove della sinfonica sono a parte, perché sono a cura della «Filarmonica della Scala», voluta da Abbado venticinque anni fa: in pratica gli stessi musicisti (quelli fissi), ma sulla carta un altro organismo. Che quindi lavora come ente autonomo, le cui prove sono a parte, e che suona il lunedì, giorno di riposo in teatro, lasciando così liberi gli altri giorni per il cartellone lirico. E poi c'è un'altra stagione sinfonica, quella della Scala, che però non è un onere per il teatro, il quale si occupa soltanto della retribuzione di solisti e direttori: la «Filarmonica» infatti la «regala» alla città (e al teatro), in cambio dell'utilizzo da parte dei musicisti del marchio della Scala e di venti giorni liberi di tournèe ogni due anni. Roba da fantascienza, diremmo noi. Ma evidentemente si può, anche se l'ottimismo non manca solo a noi. «Se i miei figli volessero intraprendere la carriera artistica, sarei il primo a mandarli all'estero - continua Screpis - la Scala è una realtà a parte, mi rendo conto che qui in Italia non potrei ambire ad un posto migliore, non esiste». Proprio così, lo abbiamo già detto: la Scala è la Scala.