Un consiglio al sindacato che sta rischiando di sparire

In Italia non c’è tragedia alla quale il destino eviti di finire in commedia. E così adesso mentre al clientelume romano e ai neocomunisti e ai postprodiani viene da piangere, al contempo ne sortisce un involontario effetto comico. Giacché fa ridere vedere compunti editorialisti del Corriere della Sera, costernati, e in rincorsa del vincitore. Per non dire dell’agitarsi delle Triadi, non quelle dei cinesi, ma sindacali. Tutti lì: a dire che non c’erano, e comunque già pronti a cambiare. Non viene da compatirli; e però sorridendo, bisogna dirlo, passa la voglia di avversarli. Bonanni che dal palco, col fazzolettone tricolore stretto in posa bracciantile, arringa la plebe di pensionati, non merita livore. E nelle Triadi forse è pure il meno peggio. Tuttavia quei poveri vecchietti, nei pullman, con le bandiere che gli si infilano in ogni pertugio, e malgrado i calli trascinati ai comizi di rito, un po’ pena la fanno. A rischio insolazione, intervallati da qualche immigrato africano ansioso di oratorio: paiono invecchiate comparse di un film anni ’70. Spremute ancora allo stremo, per recitare al posto di una classe operaia che, ingrata, vota per Berlusconi e la Lega.
Del resto è la resa dei conti inevitabile, per una struttura che ha fatto finora sempre la distratta. Ma non era meno malata dei partiti; ed è in continuata cogestione, da decenni, di uno stato e di una spesa pubblica che hanno funzionato sempre peggio. Perché questo ha capito la gente che lavora; a forza di veder salire su e giù da Palazzo Chigi i sindacati, a concordare tutto e niente, comunque male. La prima prassi, direi, da terminare. Che sindacati o Confindustria debbano intervenire ogni volta su Finanziaria, Sanità e Mondo Universo è assurdo. Giacché il veto sulla politica economica spetta agli elettori, che votano i deputati, che votano il governo. Il doppio governo di chiacchiere, di un sindacato, composto per lo più da vecchi e statali è un abuso. Quindi basta coi veti, e i riti dei sindacati di padroni o lavoratori. La costituzione fissava semmai il Cnel, organo evoluto intanto a cimiteriale, come il luogo deputato per concertare, persino le proposte di legge. Passino per lì, o per una camera economica da inventare, le loro urgenze.
E smettano i rituali delle sfilate, ormai più adatte a mostrarli stanchi che forti. Insomma ritornino sindacati. Difendano i lavoratori veri nelle fabbriche, e chiedano come devono salari più alti con lotte dure e pure. Basta con le ideologie, disegni concertanti, e gli abbracci all’Euro rovinosi per i salariati. Si adeguino ai nuovi tempi, al vento che non è solo di destra, ma viene dal Nord, dall’economia più robusta. Si territorializzino. E, se sanno farlo, aiutino la costruzione di concrete comunità nel territorio. Si pensi per esempio al sovrappiù di insegnanti: si diano da fare per creare Fondazioni nelle quali riassorbirli, soccorrere il bisogno d’assistenza di bambini o degli anziani. Brighino per farsi trasferire dai comuni immobili, divengano gestori concreti. E la smettano di chiedere a noi che paghiamo le tasse di sussidiare un pubblico impiego, ch’è il problema, e non la sua soluzione. Lo stesso per le pensioni; si mettano al lavoro per spezzare l’Inps in tante mutue autogestite e magari contrattino, in cambio della riduzione di spesa statale, il conferimento di patrimoni statali inoperosi. Ma si pentano di aver voluto la controriforma Prodi. Tornino all’autogestione, al mutualismo, e alla passione. E la Cisl, potrebbe in questa impresa riuscire meglio di tutti gli altri.
Geminello Alvi