Consolo, addio (ingrato) a Milano

(...) Non è la prima volta che minaccia (o promette) di andarsene, ma questa volta pare intenzionato a far seguire i fatti alle parole che sembrano definitive. Tutto sommato, meglio per lui. A Sant’Agata di Militello, suo paese natale, c’è il mare e c’è il sole, non c’è la nebbia e non c’è la frenesia (spesso vuota e fine a se stessa, certo) della nostra città. Ed è bello, scalda il cuore vedere un uomo di 76 anni che sente ancora, fortissimo, il richiamo delle radici. Intervistato dal settimanale Asud’Europa, del palermitano «Centro Pio La Torre», l’autore di Retablo e di Nottetempo, casa per casa ha detto: «la Milano dei miei sogni, delle mie aspettative è una città irriconoscibile. Una città centrale della menzogna. Adesso però è giunto il momento del ritorno. Torno nella mia terra. Voglio morire nella mia isola». È vero, Milano mente, e illude chi vi cerca ciò che non può trovarvi: il punto di riferimento, il dettato di una linea da seguire, la terra promessa, la capitale morale (parola pericolosa, «morale», troppo facilmente manipolabile e malleabile, come la siciliana pasta di mandorle...).
A chi, come Consolo, salì fin quassù sul finire dei Sessanta, quando già l’eco del boom economico andava diluendosi nel pervasivo etere della tv di Stato e stava per essere spazzato via dal malefico föhn degli incalzanti anni di piombo, Milano offrì, senza dubbio, il colossale scenario dell’industrializzazione del Paese e dell’inurbamento delle masse meridionali, ciò che Consolo afferma di aver cercato, ma non era uno spettacolo piacevole. Il motore non è bello, semmai utile, persino indispensabile, per azionare le cinghie di trasmissione della società. Milano si stava sacrificando per il bene comune? Sarebbe una lettura eccessivamente buonista, ma in parte è vero. Milano stava facendo, come si dice oggi in termini calcistici, il «lavoro sporco»: metteva un Rivera e un Suarez sotto i riflettori dell’Italia e del mondo, però li sosteneva, li alimentava, con un Lodetti e un Tagnin.
Questa doppia vocazione della città era stata ben compresa, molto tempo prima, da un altro intellettuale «esotico» (e più di Consolo eccentrico) giunto sotto la Madonnina da un’altra provincia del nascente impero produttivo: il maremmano Luciano Bianciardi. Se il siciliano dice oggi, anno di grazia 2009, «non volevo accettare il paradigma della raccomandazione, degli onorevoli, del posto sicuro alla Regione», riferendosi all’isola, il maledetto anarchico già negli anni Cinquanta era consapevole di venire a spendere la sua Via agra in un mondo che sentiva estraneo, ma che gli procurava il pane e un po’ (non molto) di companatico. Diversamente da Consolo, Bianciardi non si faceva illusioni, usava Milano come si conviene, sia per il dovere (leggi, tirare a campare), sia per il piacere (leggi, scrivere). Diversamente da Bianciardi, Consolo è tornato a più riprese ai patri lidi: «Dopo la laurea decisi di tornare in Sicilia. Ho insegnato nelle scuole agrarie. L’insegnamento in scuole sperdute, in paesini di montagna, mi serviva per conoscere meglio il mondo contadino che io volevo raccontare». Infatti l’ha raccontato, e bene, nei suoi libri, piuttosto avari, invece, nei confronti di Milano.
Oggi Consolo, diversamente da altri suoi colleghi, non arriva a vergognarsi di essere stato milanese, per quanto molto «arioso». Occorre dargliene atto. Tuttavia non resiste alla tentazione di sbattere la porta. Bianciardi, invece, la accostò, anche se con un sorriso sarcastico, come uno che esce da un albergo dove ha pagato un conto salato. Per questo Milano gli vuole ancora bene. Caro Consolo, torni a trovarci, la porta è sempre aperta.