Consolo «padrino» della lingua barocca

C’ è stato un momento in cui Vincenzo Consolo è sembrato uno dei pochi scrittori italiani, insieme a Giuseppe Pontiggia, a tenere alta la temperatura della ricerca letteraria in Italia. Consolo aggiungeva di suo una forte, acuta, pervicace attenzione al linguaggio con cui si esprimeva e costruiva le sue opere. Siciliano trapiantato a Milano, dove lavorò per tanti anni alla RAI, inventò un suo personale strumento linguistico che non aveva eguali nella letteratura italiana contemporanea. Ne veniva fuori una prosa ibrida, in cui agiva come motore centrale il siciliano, ma senza compiacimenti di colore e senza condiscendenze verso la tipica sicilianità. Insieme a termini siciliani ricorrevano termini arcaici, aulici, lirici, rari, con un effetto finale di barocco e spesso anche di parodia. Il suo primo libro fu La ferita dell’aprile, del 1963, ma fu il secondo, Il sorriso dell’ignoto marinaio, uscito nel 1976 da Einaudi, che aveva in copertina un enigmatico dipinto di Antonello da Messina, a consacrarne la fama, che non divenne mai fama popolare ma che riguardò i circoli letterari più esigenti e influenti. Si tratta di un romanzo storico sui generis. Ambientato in Sicilia nel 1860, durante una rivolta contadina all’arrivo dei garibaldini in un piccolo paese, il libro si distingue per un impegno civile tormentato, in una rilettura polemica del nostro Risorgimento. Ma personalmente, di questo libro che lessi tanti anni fa, ricordo soprattutto l’impasto linguistico così originale e unico. C’era l’esempio fondamentale di Gadda. O quello dei romanzi di Pasolini. Ma Consolo se ne tenne lontano. Il suo non era espressionismo. Era una ricerca che risentiva anche di Sciascia, di Pirandello, di Verga, introducendo nella grande tradizione siciliana un momento più intellettualistico, un viaggio più babelico nei meandri del linguaggio. Consolo scriveva per capire il senso del lavoro letterario. Non era attratto dal raccontare. Anzi, in qualche modo, riteneva il raccontare un inganno, qualcosa cui l’etica dello scrittore non poteva piegarsi. La stagione dell’antiromanzo, quello predicato e praticato dalla neoavanguardia, era terminata, ma lui in qualche modo volle essere un antiromanziere. Quando si lasciò andare a una vena più esplicitamente narrativa, vennero fuori i racconti di Le pietre di Pantalica, per me la sua opera più alta, un viaggio in Sicilia mai ovvio, sempre guidato dall’intelligenza delle cose, e con una capacità di cesellare il linguaggio per dargli un alone di Barocco. Certo queste sue scelte gli impedirono di raggiungere un pubblico più vasto. Studiato in tante università in Italia e all’estero, Consolo rimase essenzialmente legato a una idea di letteratura come pura ricerca linguistica. Questo si accentua in una romanzo come Nottetempo, casa per casa, del 1992, che fu coronato dal premio Strega, e che è sostanzialmente una virtuosistica parodia della prosa dannunziana. Certo Consolo voleva tingere questa parodia di condanna etica e sociale. Ma il libro rimane francamente un po’ freddo e inerte, tanto che a un premio come il Flaiano, dove esiste accanto a una giuria tecnica una giuria popolare, fu sconfitto da una esordiente come Edwige Danticat, una giovanissima scrittrice antillana che raccontò in un romanzo dall’impianto epico tradizionale una storia di pulizia etnica in un’isola dei Caraibi. Come membro della giuria tecnica, ricordo che votai per Consolo. Ma capivo già allora che la narrativa stava prendendo un’altra rincorsa e si dirigeva verso nuove mete. Non so, non ebbi modo di parlarne con lui, come Consolo vide l’emergere del fenomeno Camilleri. Ma certo dovette sentirsi smentito, spodestato. Era lo scrittore siciliano più di spicco. Aveva lavorato più sulla prosa che sull’invenzione narrativa. Aveva usato un linguaggio in cui il siciliano giocava un ruolo sperimentale. Si trovava ora di fronte a uno scrittore suo conterraneo che usava il dialetto per colorire espressivamente le pagine, e trionfava costruendo trame ben congegnate e personaggi riconoscibili e proverbiali. Non poteva esserci differenza maggiore. Consolo fu in qualche modo sconfitto. E quasi uscì di scena. Ma di lui resterà qualcosa: l’impegno a riflettere sulla letteratura e sull’arte, sul farsi della prosa, sul segreto del linguaggio.