«Consorte capro espiatorio per gli errori Ds su Unipol»

Folena (Prc): «Fassino si deve dissociare dalla scalata a Bnl invece di cercare un colpevole per rimediare all’abbaglio su un’operazione che sapeva di bruciato»

da Roma

«Credo che dopo tutto quel che emerge dalle inchieste, i Ds dovrebbero prendere una decisione coraggiosa, dissociarsi con forza da un’operazione sbagliata e deleteria come la scalata dell’Unipol alla Bnl». Pietro Folena, ex coordinatore della Quercia, oggi indipendente dentro Rifondazione con la sua associazione Uniti a Sinistra non ha dubbi: a prescidere dai risultati penali a cui arriveranno le inchieste dei magistrati, la storia delle cordate, dei furbetti e della Banca d’Italia debba rappresentare, prima di ogni altra cosa, un campanello d’allarme per la sinistra.
Onorevole Folena, scusi se glielo dico, ma temo che Fassino scambierà questo suo invito per una provocazione.
«Posso immaginarlo, e mi dispiace. D’altra parte i fatti dovrebbero imporre una riflessione: è da questa estate che chiediamo ai Ds un passo indietro. Allora non sapevamo tutto quel che sappiamo oggi, ma c’era già puzza di bruciato».
Ma è giusto che un deputato di sinistra come lei possa sindacare l’operato dell’Unipol?
«Pensi che, come altri milioni di elettori progressisti, anch’io ho sottoscritto delle polizze, persino quella del mio motorino Liberty con Unipol. Non certo per sostenere speculazioni, ma convinto che fosse possibile un altro modo di stare sul mercato».
Le diranno che non ha il senso della realtà, forse.
«Sono gli stessi che quando criticavamo la scalata dicevano: chi attacca l’Unipol attacca la storia della sinistra italiana».
C’è chi lo dice ancora.
«Ed è un errore. Così come trovo ridicola la corsa allo scaricamento di Consorte da parte di molti dirigenti dei Ds a cui stiamo assistendo in queste ore».
Come, proprio lei che è uno dei suoi critici più feroci?
«Sì. Non perchè abbia cambiato idea. Ma perchè nessuno può credere alla favola della... pecora nera. Fino a questa estate tutti inquadrati e coperti, adesso tutti a condannare il peccatore? Andiamo! La verità che nessuno dice è un’altra».
Quale?
«Dopo aver capito l’incredibile abbaglio si cerca ora un capro espiatorio per rimediare. Non è una buona soluzione».
È sbagliato o inefficace?
«Perchè questa inchiesta rivela uno spaccato drammatico del capitalismo italiano, atteggiamenti speculativi, disonesti, criminali. La sinistra che fa? Invece di combatterli ci prende parte con le sue cooperative?».
Le inchieste sono in corso...
«Per carità: la prima considerazione da fare è la presunzione di innocenza. Ma la mia critica è politica, non giudiziaria: quali che siano le condanne, è emerso il lato più selvaggio e primitivo del capitalismo».
Il suo è un giudizio morale?
«Detesto gli atteggiamenti moralistici pseudo-luterani, non credo che gli altri imprenditori, per intenderci, siano dei santarellini, non esistono una finanza buona e una cattiva. Ma cosa c’entra il lavoro dei cementisti di Ravella - cito solo una delle tante coop - con i conti d’oro, e privati, dei manager?».
Consorte lo conosce bene.
«Sì, e non c’era nessuna simpatia, ad esser sinceri».
Avevate qualche ruggine?
«Ricordo che quando ero coordinatore dei Ds andammo da lui e dai suoi a chiedere un sostegno economico per rilanciare l’Unità, dopo la chiusura».
E Consorte cosa rispose?
«Non rispose nemmeno! Ci portarono alle calende greche: avevano già in mente altro, non rischiarono, entrarono solo dopo che il giornale era risorto».
Politicamente che tipo è?
«È sempre stato un uomo vicino alla maggioranza. Al congresso di Pesaro sostenne Fassino, mentre io, come è noto militai nel Correntone».
Erano legittimi i suoi contatti con il segretario?
«Credo che non ci fosse nulla di male, per la storia che c’è fra i Ds e le Coop. Non critico le telefonate, ma l’appiattimento del partito su quella linea».
Anche le Coop sbagliano?
«Francamente non capisco come, in alcuni casi, come il ponte sullo stretto di Messina possano essere in affari per realizzare i progetti di Lunardi. O in Val di Susa a costruire la Tav. Questi legami dovrebbero far riflettere».
Su cosa?
«Su alcune forme di consociativismo economico e politico. Travaglio lo chiama Inciucio».
E la barca di D’Alema che impressione le fa?
«Non c’entra nulla. Ogni politico ha diritto alle sue scelte private, poi la gente lo giudica. Ma io credo che anche oggi i dirigenti della sinistra, o gli amministratori rossi, debbano aspirare a una cifra di sobrietà».
Politica ed economia marciano in parallelo?
«Certo. Non è un caso che la fondazione di un partito moderato che abbandona la tradizione della sinistra si accompagni alle scalate pregiudicate».
Allora lei Fassino vuole proprio farlo arrabbiare!
«E perchè? Il partito democratico è figlio di un’idea di subalternità ai poteri forti, la stessa che porta Consorte e il suo management in una impresa che invece di rafforzare le coop le danneggia seriamente».