Consulente dei pm in arresto: "Talpa anti Cav"

Il presunto autore della fuga di notizie sul caso D’Addario sarebbe un
ex collaboratore informatico della Procura, ora giornalista. Avrebbe
violato i pc dei giudici di Bari per copiare i verbali segreti
dell’imprenditore Tarantini pubblicati dal <em>Corriere della Sera</em>

Arrestato l’uomo che, a settembre 2009, avrebbe passato al Corriere della Sera i verbali su Berlusconi e le serate con la D’Addario a Palazzo Grazioli. Carte riservatissime, secretate dal pm, pubblicate nel giorno dell’insediamento del procuratore capo di Bari, Antonio Laudati, spedito nel capoluogo per tentare di sanare le spaccature interne al palazzo di giustizia. Quell’esordio «amaro» è uno schiaffo che Laudati non ha mai digerito. Tanto da arrivare a promettere che la «talpa», prima o poi, sarebbe stata individuata.

E così, per la procura, è successo. Andrea Morrone, 39 anni, ex consulente informatico della stessa procura, reinventatosi giornalista con un contratto di collaborazione proprio con l’edizione pugliese del quotidiano di via Solferino, da ieri è ai domiciliari. Con l’accusa di avere, il 4 agosto del 2009, «rovistato» abusivamente nel pc del pm Pino Scelsi, collegandosi all’archivio informatico della procura con le password ancora in suo possesso, nonostante fosse stato licenziato dalla società che gestiva proprio la sicurezza del network giudiziario barese più di un anno e mezzo prima di quel giorno. Un dettaglio che forse spiega anche le tante fughe di notizie di quella calda estate barese. Ma, pur se apparentemente aiutato dalla scarsa sicurezza informatica della procura-colabrodo, Morrone secondo i pm era da arrestare. E il gip l’ha pensata allo stesso modo, pur spendendo 8 mesi per accogliere la richiesta della procura, arrivata sul suo tavolo nell’agosto del 2010.
Per l’accusa, il movente dell’ex consulente informatico era lavorativo: avrebbe deciso di sottrarre i file per passarli a una cronista barese del Corriere del Mezzogiorno (che la procura ha indagato per ricettazione) proprio sperando in una assunzione nel quotidiano. E a febbraio del 2010 il Corriere pugliese ha offerto a Morrone un contratto di collaborazione presso la redazione di Lecce.
Al suo nome gli inquirenti sono arrivati, in un certo senso, per esclusione. Quei verbali erano solo nel pc del magistrato che indagava Tarantini, non erano stati dati in copia nemmeno ai legali dell’imprenditore. E il 4 agosto qualcuno aveva consultato i file della cartella «interrogatori Tarantini», collegandosi in condivisione al computer del pm. Controllando i tabulati, e le celle «attivate» dal telefonino di Morrone, gli investigatori hanno ricostruito da un lato una serie di contatti tra l’arrestato e la giornalista del Corriere, e dall’altro hanno appurato la presenza dell’ex consulente nell’area della procura. Pur licenziato, l’uomo continuava infatti ad aver accesso a una stanza con computer al piano interrato della procura, ed era ancora in possesso delle password di accesso.

Il contenuto di sms e telefonate tra la presunta «talpa» e la giornalista sono sconosciuti, ma - scrive il gip - «pur non potendosi conoscere il contenuto delle conversazioni e dei messaggi telefonici (...) esistono elementi fattuali di natura logica che supportano l’ipotesi d’accusa». E a confermare che la cronista fosse in possesso dei verbali, all’inizio dell’agosto 2009, ci sono le dichiarazioni del colonnello della Finanza Salvatore Paglino (l’uomo che svolse le indagini sul filone D’Addario e che poi era finito indagato lui stesso, intercettato e spedito ai domiciliari con le accuse di stalking, peculato e rivelazione di atti coperti da segreto). Interrogato dal pm, Paglino ha raccontato che, in quella settimana d’estate, era stata la stessa giornalista, incontrata in procura, a dirgli che aveva i verbali.

Nelle 17 pagine dell’ordinanza, il gip rimarca infine come l’unica delle esigenze cautelari a carico di Morrone sia la reiterazione del reato. Non solo per la «determinazione più che apprezzabile» nell’accedere abusivamente all’archivio informatico della procura, e nella «sicura consapevolezza del contenuto antigiuridico della condotta», ma anche perché l’ex consulente ora, appunto, fa il giornalista.

«Potrebbe nuovamente sfruttare le cognizioni tecniche di cui è dotato per violare sistemi informatici» e ottenere documenti da pubblicare, conclude il gip.