"Consulenze da 4 miliardi ma due su tre sono segrete. Presto le pubblicheremo"

Il ministro Brunetta rilancia l’operazione trasparenza: "Basta inefficienze, lo Stato deve offrire buoni servizi ai cittadini"

da Roma

Ministro Renato Brunetta a che puntata siamo arrivati dell’operazione trasparenza?
«Prima i dati sul ministero, poi le consulenze e ora distacchi e permessi sindacali».
Quindi siamo a quota tre. E la prossima?
«Di nuovo consulenze. Ci siamo accorti che quelle che abbiamo pubblicato nel sito non sono tutte. Sono circa il 30-35 per cento del totale. La prossima settimana pubblicheremo il restante 60 per cento, che riguarda le amministrazioni che non hanno dato risposta. Con una piccola coda. Perché secondo la legge chi non comunica le consulenze non può stipularne di nuove l’anno successivo».
Vuole dire che chi non le ha mandato i dati non potrà più assoldare consulenti?
«Stiamo parlando di dati del 2006, quindi questo significa che alcune consulenze attivate nel 2007 sono illegittime. Ne vedremo delle belle».
Chiede indietro i soldi?
«No, non tocca a me e non voglio nemmeno aprire un contenzioso. Ci penserà la Corte dei conti. Anche perché la spesa lievita. Era un miliardo e 250 milioni, risulterà quasi il triplo».
È normale che lo Stato spenda così tanto per le consulenze?
«No, ma io non ho strumenti per evitarlo. L’unica è la trasparenza. Tutti i cittadini devono sapere che cosa fanno il loro Comune, la provincia e la regione. Questo è il principale elemento di una rivoluzione che è ordinaria e straordinaria allo stesso tempo».
L’ultima puntata sono i distacchi e i permessi sindacali che costano 121 milioni l’anno. Anche quella è un’anomalia?
«Non c’è nessuna intenzione di demonizzare. Anche qui abbiamo solo reso disponibili dei dati pubblici. Giudicheranno gli italiani se sono troppi o no. Tra l’altro con questi ultimi elenchi abbiamo praticamente fatto una lista di tutti gli enti pubblici. Uno straordinario deposito archeologico».
Ci segnali qualche reperto degno di nota...
«Non posso. Però tutti pensano che il pubblico sia fatto solo da Stato, Regioni ed Enti locali e invece emerge una selva. Sono rimasto sorpreso anche io».
Dica la verità, quando se l’è trovata di fronte si è scoraggiato...
«Tutt’altro. Anche perché da parte dei sindacati ho trovato una grande serietà. Non hanno obiettato nulla alla pubblicazione dei permessi e dei distacchi e nemmeno alla pubblicazione degli stipendi dei dirigenti né alle consulenze».
Dopo il supplemento di consulenze cosa ci farà conoscere?
«Gli incarichi che svolgono i dipendenti pubblici oltre alla loro funzione primaria. Come i collaudi. Anche in quel caso senza nessuna volontà di criminalizzare nessuno».
Oltre la trasparenza, il suo piano industriale punta a migliorare il rapporto tra cittadini e pubblica amministrazione. Con quali strumenti?
«Ora presenteremo il piano Reti amiche. Consiste nel moltiplicare i punti di accesso alla pubblica amministrazione. Alle poste, nelle tabaccherie, banche e centri commerciali si potranno svolgere tutte le operazioni che oggi si fanno, più o meno facilmente, solo agli sportelli pubblici. Dall’anagrafe ai contributi Inps e Inail, fino al passaporto, alla pensione. Tutti i luoghi pubblici cablati potranno diventare punti di accesso verso l’amministrazione».
Lei risulta tra i ministri più popolari. Non teme di avere creato un eccesso di aspettative nei cittadini?
«È grazie a questa popolarità che posso fare le cose che sto facendo. Se qualcuno avesse voluto fermarmi, non ci sarebbe riuscito proprio grazie a questo consenso».
Bella soddisfazione...
«Ma non lo dico in senso narcisistico. Sarebbe una stupidaggine. Ha valore il fatto che la gente mi dice di andare avanti. È la mia forza, insieme al dialogo con i sindacati, opposizioni, dirigenti e funzionari».
Ma i sindacati non l’accusano di voler fare tutto da solo?
«I sindacati sono una componente fondamentale della vita pubblica, ma non sono i proprietari dell’amministrazione. Io sono un professore di Diritto del lavoro e conosco benissimo le regole del gioco».
Anche loro le conoscono le regole. Almeno quelle vigenti...
«Diciamo che fino a ora hanno cogestito il lavoro pubblico. Invece adesso sono io a rappresentare il datore mentre loro sono i rappresentanti dei lavoratori. Ognuno faccia il suo mestiere, sono sicuro che distinguere bene i ruoli sarà salutare anche per loro».
Ritorniamo alle aspettative verso questo governo. Che amministrazione volete dare al Paese?
«Io voglio che lo Stato produca bene servizi pubblici. Tanti e di alta qualità. Penso alla scuola, alla formazione, alla sicurezza, al benessere. La scommessa sarà vinta quando non ci saranno più ospedali o scuole con cicche per terra, bagni sporchi oppure con dipendenti pubblici assenti o sgarbati. Le condizioni per migliorare le cose ci sono tutte».
Ne è sicuro?
«Certo, anche perché la stragrande maggioranza dei dipendenti pubblici è con me».