La Consulta: diremo sì al referendum

Mercoledì verrà dato il via libera alle
consultazioni popolari sulla legge elettorale.
"I tre quesiti sono risultati omogenei e la nuova
norma è immediatamente applicabile&quot;<br />

da Roma

Dalle spesse mura della Consulta trasudano due notizie. Quale sia la buona e quale la cattiva vedete voi, alla lente della forza politica che più vi aggrada. La prima è che mercoledì prossimo, quando ci sarà la Camera di consiglio sul referendum elettorale, il verdetto uscirà a tambur battente, entro la stessa giornata. La seconda, più importante in verità, è che il via libera al referendum non incontra ostacoli né dubbi, i giudici costituzionali daranno con ogni probabilità il loro sì all’unanimità.
Ce ne sarebbe anche una terza di notizia, che suona come contentino agli sforzi parlamentari e fuga i sospetti seminati dagli ultras referendari, secondo cui non è detto che una nuova legge elettorale vanifichi il referendum: del tutto infondato, poiché se il Parlamento vara nuove regole, spagnole, tedesche o catanesi che siano, il «principio di utilità» blocca il ricorso al verdetto popolare. In verità ce n’è anche una quarta, che fa da contrappeso alla terza e smentisce anche politici e costituzionalisti autorevoli: il meccanismo elettorale che uscirà dal referendum - sempre che si tenga, che raggiunga il quorum e che vincano i sì, ovviamente - è immediatamente utilizzabile, e non spetta all’Alta Corte, almeno in questa fase, giudicarne la costituzionalità.
Certo, occorre attendere mercoledì per averne la riprova, ma tali notizie son più che fondate, frutto di confidenze degli stessi giudici costituzionali. I 14 dell’Alta Corte hanno ormai raggiunto un convincimento comune, che lascia poco spazio a dubbi e ripensamenti. Perché i tre quesiti saranno ammessi? «Perché tutto è a favore dell’ammissibilità», è la risposta, e sarebbe sin troppo azzardato infrangere la prassi ormai consolidata che è favorevole ai referendum elettorali. Il giudizio di merito si è sempre accentrato sull’omogeneità dei quesiti e sulla verifica della «immediata applicabilità» della legge elettorale priva delle parti abrogate: in sostanza, se lo strumento uscente dalle urne non fosse utilizzabile immediatamente, nel caso il Quirinale sciogliesse le Camere a tambur battente, la Corte costituzionale sentenzierebbe l’inammissibilità. «Ma i tre quesiti sono omogenei», ormai la tecnica degli estensori s’è raffinata, san togliere preposizioni e singole parole cambiando il senso di un articolo ma senza renderlo strampalato; «e la nuova legge che scaturisce dal referendum è immediatamente applicabile, non lascia vuoti ed è perfettamente in grado di rinnovare ambedue le Camere». Alcuni però, pure il professor Zagrebelsky, sostengono che l’attuale legge trasformata dal referendum è incostituzionale. È vero? «Tali critiche non possono pesare sul giudizio attuale. Eventualmente, la questione di incostituzionalità potrà essere sollevata in un secondo giudizio, secondo i tempi e le forme previste». Una riforma parlamentare annullerebbe il referendum? «Senza ombra di dubbio, secondo il principio di utilità: a che serve un referendum su una legge che non c’è più?».
C’è anche un motivo politico, che spinge i giudici a pronunciarsi per l’ammissibilità: se anche un solo quesito fosse respinto, «l’opinione pubblica coinvolgerebbe anche la Corte costituzionale nel giudizio negativo che accomuna la classe politica, e ne verrebbe un danno per le istituzioni». È anche per questo, che ci si va orientando per un voto unanime, «per dare un segnale di trasparenza e pulizia». Già, le voci di pressioni... Alla Consulta ricordano ancora con dolore la vicenda del referendum sulla smilitarizzazione della Guardia di finanza, gennaio 1997, che a sera era stato deciso ammissibile, nella notte le Fiamme gialle s’appellarono al pio Oscar, e il mattino dopo col bianchetto divenne inammissibile. Per dare un segnale forte, «è bene che il verdetto sia dato il giorno stesso, senza interruzioni a costo di far tardi, con un comunicato immediato».
Così, mercoledì 16 si terrà la Camera di Consiglio «aperta», cioè con la possibilità di intervento del governo e del comitato promotore. Relatore per il referendum che dà il premio di maggioranza della Camera alla lista più votata e non più alla coalizione vincente, è Gaetano Silvestri. Per quello analogo per il Senato, che pur conserva il premio di maggioranza su base regionale, è Ugo De Siervo. Per il terzo quesito, che impedisce di candidarsi in più circoscrizioni, Francesco Amirante.