La Consulta a gamba tesa smonta il pacchetto sicurezza

RomaNon piace alla Consulta la linea dura sulla sicurezza di Pdl e Lega. Stavolta, ha bocciato la norma che rende obbligatorio il carcere per gli accusati di omicidio volontario con «gravi indizi di colpevolezza». Potranno, invece, ottenere misure alternative come gli arresti domiciliari.
Si tratta di una norma del pacchetto-sicurezza del 2009, quello che conteneva la previsione della detenzione anche per gli accusati di violenza sessuale, atti sessuali con minorenni e prostituzione minorile, dichiarata illegittima l’anno scorso. In ambedue i casi il relatore della pronuncia è il giudice Giuseppe Frigo. Mentre a giugno scorso è arrivata la bocciatura dell’aggravante di clandestinità, prevista sempre nel 2009 nella legge che istituiva il reato di clandestinità. Questo sì legittimo per la Corte costituzionale, contrariamente a quanto ha affermato ad aprile la Corte europea di giustizia.
Insomma, punto per punto la Consulta sta smantellando il pacchetto-sicurezza fortemente voluto dalla maggioranza. E proprio nel momento in cui dalla maggioranza, Silvio Berlusconi in testa, si fanno più decise le critiche e le proposte di riforma dell’organo costituzionale chiamato «giudice delle leggi».
Il ministro leghista degli Interni, Roberto Maroni, proprio non ci sta. Si dice «allibito» per la sentenza della Consulta e aggiunge: «Ci sembrava e mi sembra una misura efficiente, perché chi commette un reato così grave non merita i benefici. È una decisione che non condivido, un grandissimo errore, che mina le misure che abbiamo preso a tutela della sicurezza dei cittadini».
Perché la bocciatura, che accoglie i ricorsi dei tribunali di Lecce e Milano? Per l’Alta Corte c’è un’«ingiustificata parificazione» dell’omicidio volontario ai delitti di mafia, gli unici per i quali dal 1995 anche la Corte europea dei diritti dell’uomo giustifica l’obbligatorietà del carcere con la necessità di troncare i rapporti tra il mafioso e la sua organizzazione. Nel pacchetto-sicurezza, insomma, sarebbe stato fatto un «salto di qualità a ritroso» (e si fa riferimento anche agli articoli sulla violenza sessuale), violando l’articolo 3 della Costituzione sull’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e anche il principio della presunzione di non colpevolezza. Tra le alternative al carcere, ricorda la sentenza, ci sono gli arresti domiciliari in un luogo diverso dall’abitazione, magari con particolari strumenti di controllo come il braccialetto elettronico, si può essere allontanati dalla casa familiare e ed è previsto anche il divieto di accedere a certi luoghi.
Ma con questa pronuncia la Corte, attacca il sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano, invade gli spazi di «discrezionalità» del parlamento. «Se vi erano ancora dubbi - aggiunge - sulla necessità di una riforma della giustizia e della Consulta questa sentenza li fuga completamente».
Invoca controlli sull’Alta Corte il ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta: «Bisogna stabilire i modi attraverso cui il giudice della legge renda conto a qualcun altro». È proprio vero, dice il coordinatore regionale lombardo del Pdl Mario Mantovani citando il premier: «Così è impossibile governare».
Particolarmente duri sono i leghisti, che hanno fatto del pugno duro sulla sicurezza una bandiera. Il nuovo intervento della Consulta, per il presidente della Regione del Veneto Luca Zaia, «orienta la giurisprudenza in un senso non coerente con quanto il governo sta facendo nel raccogliere il desiderio del popolo di un rigore nei confronti del crimine che ne costituisca un deterrente efficace». E la deputata del Carroccio Carolina Lussana concorda: «I cittadini vogliono pene certe ed esemplari per chi commette gravi reati come chi ha a proprio carico “gravi indizi di colpevolezza” di omicidio».