Consulta, un giudice si dimette: il governo interferisce

Vaccarella lascia l’incarico per protesta contro l’ingerenza
dell’esecutivo che umilia «l’indipendenza e la dignità della Corte». Il
Polo: ci ripensi. La decisione è motivata dall’"offesa" per i giudizi di ministri e sottosegretari rispetto alle scelte sul referendum. Il capo dello Stato: garantire la piena autonomia

Roma - Dimissioni motivate dalle frasi di tre ministri e un sottosegretario sul giudizio di ammissibilità del referendum elettorale, dalle quali emerge l’idea di una Corte costituzionale «serva del potere esecutivo». Ma anche un gesto clamoroso, in polemica con il governo nel suo complesso, visto che da palazzo Chigi, fino a ieri, le dichiarazioni incriminate non sono state né criticate né smentite. Il giudice Romano Vaccarella ha rassegnato le dimissioni dalla Consulta con una dura lettera nella quale si fa riferimento a un articolo pubblicato giovedì da un quotidiano, nel quale si dava conto delle valutazioni del ministro alle Riforme Vannino Chiti («Ci sono molti aspetti di incostituzionalità nel quesito»); del pensiero del sottosegretario Paolo Naccarato («La Consulta ha sempre tenuto conto degli orientamenti politici»), delle indiscrezioni del Guardasigilli Clemente Mastella («Secondo quello che mi hanno detto nel referendum ci sono molti margini di incostituzionalità») e anche di un appello del responsabile dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio («Guardate bene, dico ai giudici, non fate passare un sistema anti-democratico»). Vaccarella ha fatto passare quattro giorni e poi ha preso la sua decisione. Una mossa solitaria, visto che il giudice è stato l’unico nella Corte costituzionale a prendere posizione. Le dimissioni sono motivate dall’«indifferente silenzio delle nostre istituzioni» e dalla «assenza di qualsiasi smentita, che - ha sottolineato il giudice - per essere credibile sarebbe dovuta immediatamente intervenire con la nettezza e il risalto consoni alla inaudita gravità delle dichiarazioni». Dimissioni «serie», ha precisato ieri, ma non definitive.
A fargli cambiare idea però non saranno gli attestati di stima e le rassicurazioni dei vertici istituzionali. Che ieri sono arrivati. Il capo dello Stato Giorgio Napolitano ha telefonato al giudice e - informa il Quirinale - «ha ricordato i suoi precedenti interventi sulla necessità dell’assoluto rispetto da ogni parte dell’alta funzione di garanzia della Corte». Autonomia assicurata anche per i presidenti di Camera e Senato Fausto Bertinotti e Franco Marini che hanno invitato Vaccarella «a voler desistere dalla sua posizione, continuando a dare alla Corte quel contributo di equilibrio e saggezza che ormai da diversi anni con serenità egli fornisce». Sorpreso il premier Romano Prodi secondo il quale «il governo non interviene mai sulle sentenze della Corte costituzionale, che agirà, anche nel caso del referendum, in assoluta indipendenza». I diretti interessati, poi, hanno respinto le accuse. In particolare il ministro Ds Chiti, il cui entourage ha precisato che non è possibile smentire frasi mai pronunciate. Ma la decisione ultima spetterà alla Corte costituzionale, in una riunione convocata d’emergenza mercoledì.
Oltre agli attestati di stima e alle garanzie sull’autonomia dell’organo costituzionale, le dimissioni hanno movimentato la politica che ieri girava al minimo per il ponte del Primo maggio. A dare più peso al gesto di Vaccarella è stato il centrodestra e gli stessi referendari. I capigruppo di Forza Italia Elio Vito e Renato Schifani e il presidente dei senatori di An Altero Matteoli hanno chiesto al governo di riferire in Parlamento sulla vicenda. Il coordinatore di Forza Italia Sandro Bondi ha parlato di «imbarbarimento e lesione dei principi fondamentali della democrazia». Per il presidente dei referendari Giovanni Guzzetta le dimissioni sono un caso «di inaudita gravità». Tiepida la sinistra che, oltre ai formali attestati di stima, ha fatto trapelare negli organi di stampa i giudizi di Prodi su una polemica «strumentale», i sospetti su un «gioco di squadra» con la destra. E l’accusa al giudice di essere «vicino allo studio di Cesare Previti».