Per la Consulta la grazia può attendere

Paolo Armaroli

Alla luce della propria giurisprudenza, il verdetto della Corte costituzionale era scontato. Difatti la Consulta, relatore Alfonso Quaranta, si è pronunciata con ordinanza in camera di consiglio in senso favorevole all'ammissibilità del ricorso presentato il 10 giugno scorso dal presidente della Repubblica Ciampi nei confronti del ministro della Giustizia Castelli per il rifiuto da questi opposto alla concessione della grazia a Ovidio Bompressi. Non poteva essere altrimenti, del resto. La legge n. 87 del 1953 stabilisce che «Il conflitto tra poteri dello Stato è risoluto dalla Corte costituzionale se insorge tra organi competenti a dichiarare definitivamente la volontà del potere cui appartengono e per la delimitazione della sfera di attribuzioni determinata per i vari poteri da norme costituzionali». E la Consulta, che è la viva voce della nostra Legge fondamentale, ha saggiamente allargato le maglie del conflitto. L’ordinanza n. 228 del 1975 non potrebbe essere più esplicita: «La cerchia degli organi “competenti a dichiarare definitivamente” la volontà del potere cui appartengono è più larga di quella degli organi comunemente detti “supremi” in quanto strutturalmente collocati al vertice di un potere».
Si dà il caso che quello della Giustizia sia l'unico ministro citato dalla Costituzione. E per ben due volte: agli articoli 107 e 110. E la Consulta in più occasioni ha confermato al Guardasigilli la legittimazione soggettiva al conflitto in relazione alle attribuzioni espressamente conferitegli dalla Costituzione. Nel 1991, a proposito del conflitto di attribuzione - vedi caso, sul potere di grazia - sollevato dal ministro della Giustizia Martelli nei confronti del capo dello Stato Cossiga e del presidente del Consiglio Andreotti, la Consulta non si pronunciò sulla sua ammissibilità in quanto Martelli, rassicurato sulle proprie prerogative, rinunziò al ricorso.
Ma la Corte costituzionale (ordinanza n. 470 del 1995) ha poi ammesso il conflitto sollevato da Filippo Mancuso nei confronti del Senato, nonostante non fosse più ministro della Giustizia in seguito alla sfiducia nei suoi riguardi approvata dall'assemblea di Palazzo Madama. Tutto ciò la dice lunga. Significa che il Guardasigilli in tema di grazia è l'unico componente del governo ad avere voce in capitolo. Perciò sono destituite del benché minimo fondamento le critiche rivolte tempo fa da Pannella e dagli alti papaveri dell'Unione a Berlusconi, evidentemente scambiato per un dittatore, per non aver imposto a Castelli di dare disco verde alla concessione della grazia a Sofri. Perché la grazia, salvo casi del tutto eccezionali come quelli relativi alla salus rei publicae, di norma non ha nulla a che fare con l'indirizzo politico di governo.
Per nulla scontato, invece, è il giudizio della Corte sul merito del conflitto. L’orientamento sembra quello di prendersela comoda. Un po’ perché il 3 novembre scadranno tre giudici, tutti nominati da Scalfaro. E precisamente il presidente Capotosti, Fernanda Contri e Neppi Modona. Un po’ perché il caso si è ingarbugliato e la Corte vuole vederci chiaro. I tempi quindi si allungano. E potrebbe anche darsi che la Consulta decida addirittura quando le elezioni politiche si saranno già svolte, il presidente Ciampi avrà ceduto il posto al suo successore e presumibilmente (però mai dire mai) Castelli non sarà più ministro della Giustizia. Un espediente per svelenire il clima. Qualora poi la Corte dovesse dare ragione al capo dello Stato - e non è detto, perché larga parte della dottrina e la sua stessa giurisprudenza sostengono che per l'esercizio di questo potere occorre il concorso di volontà del capo dello Stato e del Guardasigilli - vorrà dire che a concedere eventualmente la grazia a Bompressi e a Sofri sarà il prossimo inquilino del Quirinale. Come dire, la grazia a Sofri può attendere.
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