«Con la Consulta la sinistra avrà tutte le istituzioni»

Adalberto Signore

da Roma

Referendum ma non solo. Sono da poco passate le otto di sera quando Silvio Berlusconi apre la riunione del gruppo parlamentare di Forza Italia alla Camera e dà la linea sulla campagna referendaria che di qui a fine mese «coinvolgerà tutta la Casa delle libertà». Il Cavaliere è di ottimo umore e con molti dei presenti si concede battute e sorrisi. Ma parla pure della probabile nomina di Giovanni Maria Flick ai vertici della Corte Costituzionale (anticipata ieri da due quotidiani) perché «così arriveranno ad avere cinque istituzioni su cinque», critica ancora gli alleati («mi hanno inchiodato per due anni alla verifica»), si difende sui conti pubblici («abbiamo lasciato tutto a posto»), attacca Romano Prodi su Mediaset («come primo atto di gentilezza ha dato mandato all’avvocatura dello Stato di costituirsi parte civile nel processo Mills») e ribadisce di essere «convinto» che «dopo il riconteggio delle schede» si possa «ritornare al voto».
Insomma, quello che parla davanti ai deputati azzurri riuniti nella sala Colletti di Montecitorio è un Berlusconi a tutto campo. Che attacca la maggioranza sull’«occupazione sistematica dello Stato». «Sono spaventato - dice ai suoi - perché con la presidenza della Consulta a Flick avrebbero cinque istituzioni su cinque». L’atteggiamento che terrà l’opposizione nei confronti del governo, invece, lo riassumerà più tardi davanti ai cronisti con una battuta: «Come il cinese, aspettiamo seduti sulla sponda del fiume». Ce n’è anche per gli alleati che, ripete, «mi hanno tenuto due anni inchiodato alla verifica e non hanno voluto cambiare la par condicio». Ma l’obiettivo, aggiunge, resta quello «di tenere unita la Casa delle libertà» e «arrivare presto al partito unico dei moderati». «Non dobbiamo averne paura - spiega -, anzi dobbiamo spingere senza timori verso quella direzione. Per farlo, però, è necessario rafforzare Forza Italia e lavorare con i nostri alleati». Torna anche sulle amministrative: «Sono soddisfatto per il risultato al Nord e in Sicilia, è stato un sostanziale pareggio». E ricorda che il 17 per cento raggiunto da Forza Italia a Napoli è sui livelli del risultato del 2001, quando gli azzurri presero sì il 31 per cento alle politiche ma il 17 alle amministrative. Sul voto di aprile, invece, la convinzione resta quella di sempre: «Dopo il conteggio delle schede si può riandare a votare». Con un corollario: il «rammarico» per il voto degli italiani all’estero perché «è stato un errore non presentarsi uniti». Sui conti pubblici e l’annunciata manovra correttiva non ha incertezze: «Adesso dicono che ci sono dei rischi... Noi abbiamo avuto la conferma da parte dell’Europa che i nostri conti erano in ordine e la Finanziaria del 2006 era bastevole per arrivare ai risultati che l’Ue aveva chiesto».
Il Cavaliere parla a lungo anche della chiamata alle urne del 25 e 26 giugno. E promette: «Ci impegneremo al massimo. Con comizi, gazebo, affissioni e incontri a cui parteciperanno i nostri parlamentari». La macchina referendaria, insomma, si è già messa in moto. Al punto che, dice il presidente di Forza Italia, sono «già pronti cinque milioni di manifesti» e oggi «partirà una lettera indirizzata a tutti gli elettori per spiegare i vantaggi di questa importante riforma». Che, aggiunge, «dovrà essere enfatizzata nel merito, penso alla riduzione del numero dei parlamentari». Certo, ammette, «avrei voluto fare una campagna più politica, per esempio con slogan del genere Vota “sì” contro l’Italia di Prodi e del “no”, ma su questo gli alleati hanno nicchiato...». E l’apertura di Umberto Bossi a dialogare con il centrosinistra sulla riforme? Questione risolta, dice Berlusconi. «È stato improvvido. Ma questa mattina - spiega - gli ho parlato a lungo e mi ha spiegato che è stato frainteso e che il suo pensiero è stato male interpretato». Parole che trovano conferma nelle dichiarazioni di Roberto Calderoli e Roberto Castelli. Con il vicepresidente del Senato a dire che il Senatùr «non ha mai cambiato linea» perché «è sempre stato disposto a dialogare con chi è per il federalismo», e il capogruppo del Carroccio a Palazzo Madama che va ben oltre e punta il dito contro i giornali. «In politica - dice Castelli - non è vero ciò che è vero, ma è vero ciò che sembra vero. Bossi questa frase non l’ha mai detta, invito a leggere le sue parole e non i titoli dei giornali».