Consulta, tre mesi da presidente la pensione diventa da nababbi

Flick lascia dopo aver svolto la funzione per soli 60 giorni effettivi.
E così ora sono 16 i grandi ex con superliquidazione e autisti

A leggere l’articolo 134 della Costituzione, il loro compito dovrebbe essere la difesa della Carta fondamentale e dei suoi princìpi. Ma i giudici dell’Alta corte sembrano ben più preoccupati di preservare le proprie pensioni e un’interminabile sfilza di privilegi. Tanto che anche definirle dorate rischia di essere un eufemismo. Il meccanismo è semplice semplice. E una volta indossata una delle quindici elegantissime toghe, basta aspettare. Nove anni il tempo limite prima di essere allontanati dal lussuoso palazzo romano con vista sul Quirinale. Ma nel frattempo accade quello che tutti aspettano: una bella nomina a presidente e il gioco è fatto.
Prendi i soldi e scappa
Appena tre mesi è durato anche l’ultimo presidente. Il professor Giovanni Maria Flick, infatti, è stato eletto presidente lo scorso 14 novembre. Fine dell’incarico? Tre mesi dopo. Novantadue giorni, per l’esattezza, dai quali vanno sottratti l’8 dicembre, le vacanze di Natale, l’Epifania. Senza dimenticare che i giudici della Consulta lavorano una settimana sì e una no. «Libera» la chiamano loro che possono. Tutto regolare, per carità, e verificabile sull’ottimo sito internet (www.cortecostituzionale.it) dal quale risultano i calendari dei lavori. Che, anche nella settimana buona, non sono certo febbrili. Arrivo dei giudici il lunedì pomeriggio per la camera di consiglio, il martedì c’è l’udienza pubblica, mercoledì discussione di qualche causa e scrittura delle sentenze. Giovedì alle 13 tutti a casa. E così il professor Flick risulta aver presieduto la sua prima udienza il 18 novembre. Mercoledì 17 dicembre l’ultima camera di consiglio prima di Natale. Poi vacanza fino al 13 gennaio. Nemmeno un altro mesetto (udienza l’11 febbraio) e arriva la pensione. I mesi effettivi, dunque, non sono nemmeno due. Che, però cambiano la vita di chi li agguanta.
Il trionfo della gerontocrazia
Una promozione per merito? Macché. Basta l’anzianità. Alla Corte costituzionale, infatti, non si sale allo scranno più alto perché si è più bravi. Basta semplicemente essere il più anziano dell’allegra, si fa per dire, compagnia. Davvero un bell’esempio per la nazione. E gli altri? Aspettano pazienti, come il cinese, sulla riva del fiume. Il presidente nominato andrà in pensione e lascerà libera l’ambita poltrona. Questione di anni? Nemmeno per sogno. Appena qualche settimana, pochi mesi. Nel casi peggiori un annetto. O poco più.
Sedici ex presidenti
Leggere per credere. Il presidente emerito (una volta pensionati così si fanno chiamare) Giuliano Vassalli è stato in carica dall’11 novembre del 1999 al 13 febbraio del 2000. Appena tre mesi, giusto il tempo di far le vacanze di Natale e il Capodanno con i gradi e arriva il momento di traslocare. Tre anche i mesi di Giovanni Conso e appena quattro quelli di Valerio Onida, sei quelli di Antonio Baldassarre. Una beffa si potrebbe dire se non si temesse di mancare di rispetto alla quinta carica dello Stato. Sì, perché è proprio di questo che stiamo parlando. Di uno dei ruoli cardine dell’ordinamento. Con il risultato che a tutt’oggi oltre a una schiera di ex giudici, siamo costretti a mantenere ben sedici presidenti emeriti. Con tanto di autisti e assegni mensili da favola.
Stipendi e privilegi
Il bingo all’Alta corte comincia dallo stipendio. Se un semplice giudice guadagna infatti la bellezza di 416mila euro (seppur lordi e all’anno), nel caso del presidente si aggiunge un’indennità di rappresentanza pari a un quinto che lo fa balzare a 500mila. Ma questo, vista la brevità dell’incarico, sarebbe il meno. Il vero botto, infatti, lo fanno la liquidazione e soprattutto la pensione che verranno calcolate sulla base dell’ultimo stipendio percepito. Ecco perché allo scranno di presidente è più importante arrivare che restare. Perché chi lascia, intasca immediatamente la superliquidazione ottenuta moltiplicando gli anni di lavoro, magari come magistrato o professore universitario, per l’ultimo emolumento. Come è capitato a Gustavo Zagrebelsky, giudice dal settembre del 1995 e presidente della Consulta dal 28 gennaio al 13 settembre 2004. Ricongiungendo gli anni della carriera universitaria come professore ordinario con i nove della Corte, alla fine ha accumulato 38 anni di anzianità lavorativa. E una liquidazione di 907mila euro lordi (al netto 635mila).
Tutto pagato
Poi c’è l’assegno mensile. Romano Vaccarella, ricongiungendo gli anni di università con quelli alla Consulta, può riscuotere 25.097 euro lordi mensili (pari a 14.288 netti); Zagrebelsky 21.332 euro lordi (12.267 netti). Il giusto compenso dopo anni di sacrifici? Giudicate voi. Ogni giudice, oltre ai 416mila euro di stipendio, ha diritto a una segreteria di tre persone oltre a tre assistenti di studio. Stagisti imberbi? Non proprio, piuttosto affermati professori universitari o magistrati esperti di diritto incaricati di allestire i fascicoli o delle ricerche d’archivio che allo stipendio che continuano a percepire dall’amministrazione di provenienza, possono aggiungere un’indennità di 33mila 690 euro all’anno. Ma oltre allo staff, il giudice può contare nell’alloggio (2-3 stanze con bagno e angolo cottura) al quinto piano del palazzo della Consulta o nel vicino palazzo di via della Cordonata. E poi carta di libera circolazione sulle ferrovie, rimborso dei viaggi aerei e dei taxi, una tessera Viacard e un telepass per circolare in autostrada. E poi cellulare, computer, telefax e telefono gratis anche nell’abitazione privata. Gli spostamenti? Con l’auto di servizio e due autisti sempre a disposizione. Vita natural durante. Perché auto E guidatori restano a disposizione anche a pensione raggiunta. Che si abiti a Roma o che si abiti altrove.