Consulta: vietato intercettare il capo del governo

La Corte costituzionale conferma: anche se ottenute &quot;per caso&quot;, è vietato utilizzare le conversazioni di un onorevole senza l’autorizzazione del parlamento<br />

Roma - La Consulta l’aveva già detto e conferma la sua linea: per usare intercettazioni telefoniche che coinvolgono, anche «casualmente», dei parlamentari, il giudice deve sempre chiedere l’autorizzazione della Camera di appartenenza dell’interessato.
Si tratta del caso Mastella, ma viene subito in mente il caso Ruby e le conversazioni del premier pubblicate da tutti i giornali. La Corte Costituzionale ha respinto per «manifesta inammissibilità» il ricorso sollevato dal gip del Tribunale di Napoli nel procedimento contro l’ex ministro per contestare il fatto che anche nelle intercettazioni «casuali» servisse l’ok del Parlamento. L’Alta Corte, pur aggiungendo che il ricorso non è motivato «adeguatamente», dice il contrario. Quella norma introdotta con il Lodo Schifani non è affatto incostituzionale e le intercettazioni fatte senza autorizzazione parlamentare non possono essere usate dall’autorità giudiziaria come elementi di prova contro un deputato o senatore: restano inutilizzabili.
«È stato uno scandalo - commenta Mastella - mi hanno intercettato fin da quando sono diventato ministro. E tutto è costato almeno un milione di euro». L’ordinanza del giudice napoletano ha bloccato nel caso di Mastella, che poi è stato prosciolto, l’utilizzazione delle intercettazioni.
Il parallelismo con il processo milanese sul caso Ruby nasce anche dal progetto del Pdl di rendere obbligatorio lo stop di un processo in caso di conflitto d’attribuzioni sollevato davanti alla Consulta. Proprio per evitare che questioni di legittimità lo facciano saltare una volta che è già andato avanti magari per anni. Anche per il caso Ruby c’è un ricorso per conflitto di attribuzioni sulla cui ammissibilità l’Alta Corte deciderà il 6 luglio.
Nell’inchiesta che accusa Silvio Berlusconi, Emilio Fede, Lele Mora e Nicole Minetti anche di prostituzione minorile le intercettazioni per i pubblici ministeri sono fondamentali. Tanto che Ilda Boccassini, Pietro Forno e Antonio Sangermano hanno fatto pressione perché fossero subito trascritte integralmente le 1.300 conversazioni captate. Un modo per accelerare al massimo i tempi, come si fa in genere nei maxiprocessi per mafia, in modo da avere già pronti i testi ed evitare ogni pur minimo rinvio, escludendo tra l’altro possibili proscioglimenti.
Il gup Maria Grazia Domanico, però, non ha accolto la richiesta. Anzi, ha parlato di «mero errore materiale» per la norma invocata e ha in sostanza bocciato tanta ingiustificata fretta. Per il giudice, invece, la questione va discussa «nel contraddittorio tra le parti», cioè anche con gli avvocati degli imputati. Ogni decisione è stata rinviata almeno all’udienza preliminare, fissata a tempo di record il 27 giugno. Anche per aspettarne l’esito.
Sempre sulle vicende giudiziarie di Mastella ieri si è pronunciata anche la Cassazione, con una sentenza che ripropone il tema sollevato da parlamentari del Pdl come Maurizio Paniz ed Enrico Costa con la proposta cosiddetta «bloccaprocessi». La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell’ex guardasigilli, sostenendo che non ferma l’avvio del processo davanti al gup il fatto che nello stesso procedimento il pm della fase cautelare abbia sollevato questioni di costituzionalità davanti alla Consulta. Per Mastella era irregolare la decisione che ha respinto la sua richiesta di stop del processo.