LA CONTA DELLE PECORE

A 36 gradi la politica è già immangiabile: ristagna e l’odore è pessimo. Alla Camera il voto sull’indulto è stato rinviato a stamattina dopo un estenuante bla-bla-bla che aveva come protagonista l’assente Antonio Di Pietro, il primo membro di un governo nella storia della Repubblica sceso in piazza a manifestare contro il governo facendo ben attenzione a non dimettersi. Intanto, il suo gruppo fa ostruzionismo contro la maggioranza da cui però non esce. Dicono i boatos che si tratta di una manovra che dovrebbe condurre a una saldatura con transfughi dell’Udc ma non si trovano conferme. Del resto questo Di Pietro movimentista piace a Eugenio Scalfari che lo trova, come si dice oggi, fichissimo.
Da Montecitorio a Palazzo Madama accade ormai ogni giorno ciò che non era mai accaduto prima nella storia: un governo sfiduciato chiede la fiducia anche per andare a lavarsi le mani e impone al Senato questo rito che è come la conta delle pecore. Gli oratori si fanno reboanti e retorici: si sente che la maggioranza non crede in quel che dice, spaccata com’è da un colpo d’ascia che separa una sinistra talmente moderata che sembra Forza Italia da una sinistra forsennata e allucinata che sta fra Sendero Luminoso e Pol Pot.
In Commissione Difesa, dove la maggioranza è in minoranza per via del presidente De Gregorio (dipietrista, ma con voti suoi sicché si sente un outsider in prestito) abbiamo ascoltato compuntamente una relazione dei Ds in cui si esaltava il ruolo della missione militare italiana in Irak. Cose, si sarebbe detto nell’Italia dei film in bianco e nero, da pazzi. Invece sono cose da savi, ma di una saggezza incagliata nella morsa della realtà. Ieri notte abbiamo avuto la fiducia al Senato per mettere al mondo il bambinello Bersani con il decreto che ci ammanetta, ci spia, ci costringe ad avere conti in banca anche se non li vogliamo e che vuole sapere se vediamo uno psichiatra o un dentista e perché. Oggi non ci sarà la trippa ma il Dpef, sigla misteriosa che come i tuoni a ferragosto annunciano l’inverno, qui annuncia tasse.
Poi l’Afghanistan e le missioni all’estero. Altra trovata geniale: il governo Prodi vuole portare gli italiani fuori dall’Irak più tardi di quel che aveva detto Berlusconi. Berlusconi aveva detto ottobre, loro lo faranno a Natale. Si chiama discontinuità. È quasi certo che anche sull’Afghanistan si voterà la fiducia al governo, cosa che sta facendo incavolare non poco il Presidente Napolitano che ha già chiesto a Prodi se è impazzito, da chi si è fatto visitare e se si è fatto fare la parcella secondo le nuove regole Bersani per cui devi pagare per forza con assegno o bonifico. Il punto è: la fiducia è una cosa seria che si può usare in casi specifici per esempio, come capitava nell’altra legislatura, quando l’opposizione presenta mille o duemila emendamenti. E non quando la maggioranza è politicamente divisa e numericamente inesistente. Tutto ciò è nuovo, mai accaduto prima, mai udito o come anche si dice inaudito. Questo è un governo inaudito che fa cose inaudite in modo inaudito e nessuno sembra aver nulla da ridire. Passiamo agli esteri: tutti sanno nella diplomazia che Condoleezza Rice è furiosa con D’Alema e la sua politica, ma è il capo della diplomazia del più importante Paese del mondo e quindi sorride ed è gentile. E ieri ci siamo dovuti sorbire la broda giornalistica del Corriere che assestava gomitate allusive per far credere al lettore che fra quel cupido del nostro ministro degli Esteri e la bella numero due Usa c’è un feeling nato dal sex appeal politico di un ministro degli Esteri che, per dirla con il suo vecchio sponsor Cossiga, si atteggia a Churchill, ma è un Chamberlain che non sa dare ragione a Israele e strizza l’occhio a Siria e Iran.
p.guzzanti@mclink.it