La contabilità da ragionieri sulla manovra

Le leggi finanziarie vanno lette fino in fondo e con molta attenzione per dare un giudizio compiuto.
In particolare quelle del centro-sinistra che spesso contengono norme che neanche il governo conosce, come è accaduto nella Finanziaria mostro dello scorso anno. Detto questo, però, sin da ora è possibile capire qual è l'impianto della manovra economica approvata, la sua direzione di marcia e i suoi obiettivi.
Diciamo subito che dietro le norme del decreto legge collegato e della Finanziaria manca del tutto una linea di politica economica capace di farsi carico della vera emergenza del Paese, e cioè il basso tasso di crescita che da dieci anni affligge la nostra economia. Quest'anno il nostro prodotto interno lordo aumenterà dell'1,7-1,8% e l'anno prossimo, a giudizio dello stesso governo, starà sull'1,3-1,5%. L'Italia continuerà così ad essere uno degli ultimi tra i Paesi della zona euro che nel 2008 cresceranno in media del 2,3%. L'attuale poeta che guida la nostra economia, il banchiere centrale Tommaso Padoa-Schioppa, al termine del Consiglio dei ministri ha recitato un altro dei suoi «sonetti» dichiarando che l'economia italiana ha una potenzialità di crescita del 3%. Cosa abbia voluto dire nessuno lo sa. Ma se le parole hanno un senso c'è da chiedersi chi se non il governo e la maggioranza dovrebbero trasformare questa potenzialità in realtà?
E veniamo alle ragioni del nostro giudizio negativo sulla manovra. L'operazione tanto sbandierata della riduzione di 5 punti dell'Ires (la tassa sui redditi delle imprese) è per la finanza pubblica a costo zero.
In parole povere il gettito tributario proveniente dalle aziende non diminuirà ma vengono solo modificate le sue componenti attraverso l'ampliamento della base imponibile che compensa così la riduzione delle aliquote. In termini macroeconomici, dunque, e considerando l'universo produttivo, non c'è alcuna sostanziale agevolazione per le imprese. Ma c'è di peggio.
Se si scende nel merito certamente ci saranno imprese che otterranno qualche vantaggio ma altre saranno penalizzate. Al di là di chi ci perde e chi ci guadagna, ciò che ci appare più grave è la riduzione della deducibilità degli interessi passivi e la soppressione della possibilità per le aziende di operare ammortamenti anticipati e accelerati sui beni materiali. Insomma con questa manovra si colpiscono gli investimenti privati che richiedono, come si sa, linee di credito e capacità di spesare in tempi rapidissimi, come si dice in gergo tecnico, i costi dell'ammodernamento tecnologico dell'intero processo produttivo. Come si vede, l'esatto contrario di ciò che l'Italia avrebbe bisogno visto che se la domanda di consumi in qualche maniera regge, sono gli investimenti privati e pubblici a languire e a tenere basso il nostro tasso di crescita. E inoltre abbiamo l'impressione che saranno proprio le piccole e medie imprese, e in particolare quelle esportatrici, a soffrirne maggiormente, quelle, cioè, che più sono legate al bisogno di credito e a continui ammodernamenti per mantenere alta la propria competitività sui mercati internazionali. Sull'altro versante, quello degli investimenti pubblici, la musica non cambia sia per la modestia delle somme stanziate (valga per tutti i 450 milioni per il piano casa) sia per la dimenticanza di alcune fondamentali questioni come il risanamento delle periferie delle grandi aree metropolitane ove allignano sempre di più miseria e criminalità. Ed infine una pressione fiscale che si colloca nel 2007 al 43,1% del Pil per ridursi il prossimo solo dello 0,1% è la drammatica conferma che il governo sa che il Paese non crescerà più di tanto perché diversamente un punto in più di Pil, tanto per fare una simulazione, avrebbe dato un gettito di 6 miliardi di euro che avrebbe potuto consentire reali riduzioni del prelievo tributario. Non siamo, naturalmente, tanto sciocchi da non vedere anche alcune norme utili come la semplificazione fiscale per le micro-imprese e il piccolo sollievo dato ai meno abbienti ma il profilo di una manovra economica è dato dagli obiettivi che si pone e dagli strumenti che adotta per raggiungerli. Nella Finanziaria di oggi manca del tutto l'obiettivo di una crescita al 3% essenziale per il risanamento dei conti pubblici e per la maggiore coesione sociale. Anzi, gli strumenti adottati come quelli ricordati vanno nella direzione opposta, dimenticando che si può ridistribuire una ricchezza che si produce, diversamente saremmo tutti più eguali nella povertà e nell'affanno. Spiace dirlo, ma più di una manovra di politica economica questa Finanziaria sembra una piccola manovra ragionieristica senza respiro e senza orizzonti. E non suoni offesa per i ragionieri.
Geronimo