Il contadino della politica che ama le mani in pasta

Oltre 20 milioni di euro di giro di affari e 85mila iscritti per la rete che difende il fagiolo Zolfino

«Se il cardo gobbo muore, è come se cadesse la Mole Antonelliana». La passione civile con cui il profeta dello slow food difende l'ingrediente chiave della bagna cauda, più che di gastronomia, profuma di politica rivoluzionaria. È a metà strada tra la piazza e la tovaglia, uno che propugna «il diritto alla sovranità alimentare dei popoli», che esalta il «cibo come complessità della vita», uno insomma che ha sostituito la lotta di classe con la caciotta di classe. Barbera rossa la trionferà. «Dove sta scritto che la sinistra è tutta metallo e progresso? Un popolo lo capisci da come mangia».
Magari bastasse guardargli nel piatto, per comprendere la natura di Carlo «Carlin» Petrini. Scrive di lui il Corriere: «Ha fatto la rivoluzione senza essere un guerriero, ha stravolto la cucina italiana senza essere un cuoco». Non solo: si è costruito una università senza essere un accademico. Oggi vogliono regalargli una cattedra, ma lui possedeva già un ateneo. L’«Università del gusto», 38mila metri quadri nelle Langhe, la Coop tra i finanziatori, un caveau sotterraneo di 50mila bottiglie pregiate, valore complessivo 1 milione di euro. Una struttura che, per 19mila euro l'anno, ti insegna la differenza tra il cappone di Morozzo, il fagiolo Zolfino e la provola delle Madonie. E che ha fatto restare a bocca aperta la Moratti: «Sembra Cambridge». Mica male, per uno che si è diplomato all’Itis di Fossano.
Fatto sta che con la storia del ritorno ai sapori antichi della terra, partendo da Bra, nel Cuneese, Carlin ha messo su un impero mangereccio mondiale. È una rete, slow food, che a vent'anni dalla fondazione conta 85mila iscritti, per un giro d'affari di 20 milioni di euro. E 264 presidi sul territorio pronti ad eseguire gli ordini del guru: una volta c’è da salvare l'asparago di Albenga, un'altra il cappero di Salina, per non parlare dell’estinzione della fragola Bianca di Purén (Cile), o delle patate dolci di Pampacorral (Perù). Il capoccia del mangiar fino lo accolgono in tutto il mondo come fosse un capo di stato; disquisisce di bietole e ricotte col Principe Carlo, Al Gore e Barack Obama; il Time Magazine lo inserisce tra le 50 persone che «possono cambiare il pianeta». E lui apparecchia di fiera in fiera, saltando dall'economia all’antropologia, dalla diossina all’effetto serra, pontificando sul «genocidio culturale dei peperoni di Motta, quelli quadrati che non ci sono più».
E tutto, naturalmente, senza tagliare i fili coi compagni di sinistra, mai dimenticati fin dagli anni ’70, quando a Bra militava nel Partito Unità Proletaria. Quando Fassino gli propone di entrare nel comitato fondatore del Piddì, lui si lecca baffi e pizzetto: «Sarò il contadino del partito». Tanta bontà insospettisce l’ex amico di fornelli Gianfranco Vissani, che lo accusa di puntare al ministero dell'Agricoltura. Ma siccome Petrini ha la bocca buona e il sangue amaro, la reazione è acida come un limone di Acireale: «Vissani? Critiche idiote». Eppure il feeling con la sinistra è indissolubile: tanto che Livia Turco, da ministro della Salute, lo incarica (pagandolo) di rinnovare il menù degli ospedali. Obiettivo: trasferire in corsia le alici di Pisciotta e le mortadelline di Campotosto.
Insomma, il filosofo della papilla gustativa ha le mani in pasta. Ma solo pregiata: come minimo, tagliatelle con salama mantovana. La sua capacità di muovere le masse agricole è pari solo alla sua astuzia nell’ottenere sussidi. Nel 2004, per la kermesse «Madre terra», riesce a radunare cinquemila persone, dai pastori nomadi agli allevatori lapponi. Tutto grazie a 6 milioni di euro sganciati dal governatore piemontese di centrodestra Enzo Ghigo. Ma tra i suoi finanziatori c’è anche l'attuale governatrice Mercedes Bresso (centrosinistra) e il sindaco aennino Gianni Alemanno, per cui il sinistro Petrini stravede: «Un difetto di Gianni? Proprio non mi viene in mente».
Insomma, in politica ci sguazza come dentro a un consommè, talvolta ricorrendo agli arnesi del mestiere: come quando deliziava Rutelli con collane di «salsiccia di vitello accoppiata a pancetta di suino» e sfrugugliava l’ex ministro De Castro con quintali di «burrata pugliese». «Noi educhiamo le nuove generazioni con odori, gusti, profumi, e puzze. Anche le puzze educano». E se qualcuno in tutto la puzza la sente, ma di bruciato, beh: si turi il naso e apra la bocca. Spalanchi la mente al pallone di Gravina, alla lenticchia di Ustica, alla fava di Leonforte. Fermo restando, come dice Carlin, che «questa non è una scorpacciata: è cultura».