Un contafrottole che alzava il gomito

Litigioso e virilista, amava più le bottiglie delle donne Ebbe quattro mogli e le lasciò tutte, tranne l’ultima che ne sopportò il caratteraccio e la sporcizia

Lui, sempre in prima linea, non se l’era sentita di partire per il fronte europeo. Era stufo di guerre dopo le carneficine che aveva visto in Italia e in Spagna. Meglio saltare il turno. Ma dopo avere così deciso, fu assalito dal senso di colpa e partecipò al Secondo conflitto mondiale a modo suo.
Il Nostro era ossessionato dall’idea che fosse imminente un golpe nazifascista all’Avana proprio di fronte agli Stati Uniti. Al centro del complotto, a suo dire, 30mila «falangisti fanatici» esuli a Cuba dalla Spagna. Si era anche fissato che sottomarini tedeschi stavano per sbarcare 30mila incursori da unire agli insorti. Bisognava dunque agire. Andò dall’ambasciatore Usa all’Avana e gli propose un piano. Creare una milizia composta dalla feccia del porto. Una «postazione della malavita», la definì. Erano i suoi compagni di bagordi - ladri, prostitute, sfaccendati - che avrebbe messo alle calcagna dei cospiratori per spiarli. Lui, intanto, avrebbe snidato i sottomarini col suo battello d’altura. Palesi fantasie. Ma il diplomatico si lasciò irretire e, nonostante l’ostilità del Fbi, gli dette via libera.
Il Nostro ebbe migliaia di dollari per pagare gli stipendi alla «postazione della malavita» e ben 122 galloni di benzina per le ronde in motoscafo. Naturalmente non trovò alcunché. Né tracce del complotto, né scie di naviglio nemico. Il sospetto che utilizzasse la nafta solo per andarsene a pesca fece il giro dell’Avana. Uno dell’Fbi disse: «Non fanno un cavolo di niente. Solo andare su e giù a spassarsela». Il Nostro reagì goffamente: «L’Fbi è robaccia poiché la maggioranza dei suoi agenti è di origine irlandese e cattolica». Era un’accusa senza senso. Tanto più se fatta da lui che, nato protestante, era diventato cattolico, sia pure per compiacere la seconda delle sue quattro mogli. Conclusione: la «missione» finì in burletta e l’incarico gli fu tolto.
Il Nostro era uno spirito bizzarro attratto dall’avventura e dalla violenza. Si è perfino vantato di avere ucciso di suo pugno 122 nazisti prigionieri delle truppe americane alle quali si era unito negli ultimi giorni di guerra per assistere coi propri occhi al crollo della Germania. Essendo un notorio ballista, c’è la fondata speranza che non si sia macchiato di questo orrore. In caso contrario, i suoi bellissimi libri stillanti senso dell’onore, fierezza e ardimento andrebbero messi al rogo come puri inganni e ignobili patacche. Ma, se Dio vuole, non lo sapremo mai e continueremo quindi a leggerli con diletto.
Che però fosse un poco di buono non ci piove. Detestava la famiglia di origine. Chiamava «puttana» la madre e «puttana patentata» la sorella. Era sempre esagerato. Per festeggiare il suo cinquantesimo compleanno, come scrisse al suo editore, «mi sono fatto tre scopate e ho centrato in pieno dieci piccioni». Beveva sei bottiglie di vino rosso a pasto, si sciacquava poi la bocca con due bottiglie di champagne e per mandare via il sapore dello champagne scolava fiaschette di whisky e/o di dajaquiri e/o di gin. Eternamente ubriaco, si feriva a ripetizione. Ebbe non meno di 30 incidenti, la metà dei quali avrebbero potuto costargli la vita. Una volta, scambiò il tirante di un lucernario per la catena dello sciacquone e si tirò addosso l’intera struttura di vetro. Ebbe una commozione cerebrale e nove punti di sutura sul cranio.
Tutte le sue mogli furono più innamorate di lui, di quanto lui non lo fosse di loro. Solo la terza, Martha, scrittrice pure lei, lo osservò con distacco. «È di una sporcizia incredibile - scrisse in un libro pubblicato dopo il divorzio -. Uno degli uomini più trascurati della terra e il più grosso contafrottole dopo il barone di Münchhausen». Martha non sopportava il branco di gatti aggressivi e maleodoranti che scorrazzavano nelle stanze del marito. Profittando di una sua assenza, li fece castrare. Per vendicarsi, il Nostro scrisse una poesia oscena, Alla vagina di Martha, in cui paragonò la predetta al collo raggrinzito di una vecchia borsa dell’acqua calda. Poi, leggeva il poema alle altre donne con le quali andava a letto.
La quarta moglie, Mary, decise che non si sarebbe fatta ripudiare come le altre, inghiottì le umiliazioni e gliele dette tutte vinte. Il Nostro attribuì invece l’arrendevolezza alle proprie prestazioni virili. «Con Mary era facile fare pace - confidò a un amico - bastava che la innaffiassi quattro volte per notte». «Magari fosse stato vero» sospirò Mary quando, morto il marito, il confidente glielo riferì.
Oltre a angariare le donne, litigò con tutti gli scrittori di cui temeva il talento, anche se ne aveva tanto di suo da non dovere invidiare nessuno. Ruppe con Fitzgerald, Don Passos e tutto il Gotha americano. Rispettò solo Ezra Pound di cui ammirava la poesia, il candore e l’enorme generosità. Quando Ezra stava per essere condannato alla camera a gas per collaborazionismo (aveva fatto 300 appelli radio in favore dell’Asse) ebbe l’idea di farlo passare per pazzo. Testimoniò in questo senso e lo sottrasse alla morte. Pound gli sopravvisse di 12 anni, avendo il Nostro deciso di tirare la riverenza simulando l’ennesimo incidente.
Chi era?