Contagiati dal morbo del calendario: italiani perseguitati dalle date

Dalla vendemmia al primo giorno di scuola, a ogni ricorrenza riproposti sempre gli stessi temi. Tra i quotidiani gara ad anticipare le ricorrenze. Ottobre il mese con più giorni da ricordare: 12 appuntamenti

Il Corriere della Sera ha stracciato tutti. Era l’8 agosto, gli italiani pensavano solo a riposarsi ma nella vigna di via Solferino, come ogni anno di questi tempi, già ferveva il lavoro: «Vendemmia record al Sud, il via (di notte) da Donnafugata». Per la verità, la medaglia d’oro spetterebbe alla Repubblica del 31 luglio: «Via alla vendemmia: “Sarà da record”». Peccato che lo strabiliante titolo si potesse leggere solo nell’edizione di Palermo. Buon’ultima, il 22 agosto, ecco La Stampa: «Vino, Italia batte Francia. Con la vendemmia 2008 un sorpasso storico». Si attendono al traguardo gli altri specialisti del grado Babo. Questione di ore.

Il vizio è antico ma per descriverlo tocca coniare un neologismo: ricorrenzialità. Nelle redazioni (e non solo) sta diventando una malattia contagiosa. Tutto viene rapportato a una data: la mattina si consulta il calendario e si decide che cosa scrivere di conseguenza. Noi del Giornale dobbiamo starci particolarmente attenti: nel 2009 scadranno i 35 anni dal giorno in cui Indro Montanelli fondò questa testata e qualcosa ci toccherà pur fare.

Per facilitare il compito degli addetti alle pagine culturali, dal 1991 viene persino pubblicata l’Agenda letteraria, che riporta date di nascita e di morte di autori famosi o semisconosciuti. Vince il giornale che riesce ad accaparrarsi per tempo l’anniversario «tondo» - decennale, ventennale, trentennale - anche se il cinquantenario e il centenario restano l’apogeo, per questo genere di rievocazioni. La Repubblica lo scorso 17 agosto è riuscita nell’impresa di commemorare (con un solo giorno d’anticipo) i 130 anni dall’uccisione del barrocciaio Davide Lazzaretti, il Profeta dell’Amiata che si riteneva un secondo Messia, steso dai carabinieri con un palla in fronte il 18 agosto 1878. Del resto già nel 1988 il quotidiano del Fondatore aveva celebrato i 110 anni di questo «omicidio di Stato ante litteram» e perciò non poteva certo mancare all’appuntamento.
Vizio antico, dicevo. Basti pensare che la ricorrenzialità fu poeticamente censurata dal pensoso Qoèlet, figlio di Davide, re di Gerusalemme: «Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà; non c’è niente di nuovo sotto il sole. C’è forse qualcosa di cui si possa dire: “Guarda, questa è una novità”?».

Ai miei tempi - ormai mi tocca dire così - questo vizio giornalistico era legato in special modo alle stagioni, quindi un fenomeno assai naturale, e per questo ho sempre nutrito un’affettuosa comprensione per Enzo Biagi, che negli editoriali estivi ci ha rammentato fino all’ultimo l’ineluttabilità della prima rata autunnale del riscaldamento. Nel giugno del 1975 ho odiato per circa due ore il mio primo capocronista, Giuseppe Faccincani, che alle 10 di sera, mentre stavo per raggiungere la morosa dopo una giornata di lavoro cominciata alle 9 di mattina, mi schiaffò sulla scrivania un ritaglio della Stampa, ordinando: «Rimpàstalo!». Era un servizio della cronaca torinese sull’alto numero di privatisti ammessi agli esami di maturità. «Ma a quest’ora dove vado a trovare i dati riferiti alla nostra città?», balbettai. «Non importa, tanto è un pezzo di maniera», sentenziò. Appunto. Tutti gli anni all’ultimo dei praticanti spettava il compito di riciclarlo.

Di maniera, soprattutto in cronaca, ci restano, in questo 2008, i pezzi sul caro ombrellone («Vacanze, pesa il caro spiaggia», Corriere, 6 luglio); il caro frutta («Angurie e meloni come oro, stangata sulla spesa dell’estate», Repubblica, 3 luglio); il caro libri («Scuola, arriva la stangata sui libri», Corriere, 20 luglio), il caro zainetto («Caro-scuola, 80 euro per lo zaino», Giornale, 1 settembre). Poi, inesorabili come la filossera, arriveranno anche il caro crisantemi (2 novembre), il caro giocattoli (Santa Lucia e Babbo Natale), il caro skilift (vacanze invernali), il caro cenone (San Silvestro).

Archiviata la notte delle stelle, da non confondersi con quella degli Oscar («Notte di San Lorenzo, tutti col naso in su», Corriere, 10 agosto), si attende con impazienza fine novembre, periodo tradizionalmente dedicato al ritorno della neve («Sci, al via si presenta anche la neve», Corriere, 26 novembre 2007), tanto che un mitico capocronista del quotidiano milanese, Ferruccio Lanfranchi, riconfermato nel suo ruolo per più di tre lustri da direttori del calibro di Mario Borsa, Guglielmo Emanuel, Mario Missiroli e Alfio Russo, aveva messo a punto una tabellina dei sinonimi che spaziava dalla «bianca visitatrice» ai «candidi fiocchi». Metà dicembre è invece la stagione della cinese, della russa o dell’australiana, puntualmente presentate come se fossero sorelle della spagnola («Isolato il virus, arriva l’influenza», Repubblica, 15 dicembre 2007).

La ricorrenzialità si nutre anche di Giornate mondiali e di Anni internazionali (di rigore con la «g» e con la «a» maiuscole). Se non ho contato male, le prime dovrebbero essere già a quota 56, cioè quasi cinque al mese. Parlo di quelle laiche, perché se poi si aggiungono le scadenze ecclesiastiche (la Giornata mondiale della pace, quella della gioventù, quella delle comunicazioni sociali, quella delle missioni, quella del malato, quella delle famiglie, quella delle vocazioni...), non basterebbe l’intero calendario.

Il mese clou sarà ottobre: ben 12. Tre a settimana. Compresa la Giornata mondiale del rifiuto della miseria, un ottativo davvero ambizioso, in effetti l’unico capace d’affratellare Bill Gates e l’ultimo dei barboni che vivono fra le tombe del Verano e dunque fatto proprio dalle Nazioni Unite fin dal 1992.

Quanto agli Anni internazionali, siccome il tempo stringe per tutti, la fantasia umana è giunta a festeggiarne ben tre in uno. E poco importa se a voi magari sarà sfuggito che il 2008 è l’Anno internazionale delle lingue e l’Anno internazionale per l’igiene, ma soprattutto l’Anno internazionale della patata.

Bei tempi quando i nostri nonni celebravano solo le nozze d’argento, d’oro e di diamante nella speranza, una volta morti, d’essere ricordati con rimpianto da figli e nipoti almeno nel giorno del trigesimo.