Un contagio da Matera a Saigon il Natale cafone non ha più confini

A natale ogni scherno vale. Che nessuno si azzardi a mettere la maiuscola: voglio proprio natale minuscolo. Lo spettacolo umano di questo periodo lo impone. Nessuna maiuscola sacrale, per il festival mondiale del kitsch. Hanno ragione gli americani, che hanno già trovato il termine giusto per il debordante fenomeno: lo chiamano «Kitschmas». Merry Kitschmas, pianeta Terra. Siamo all'anticipazione in chiave nevosa delle carnevalate che ricorrono verso primavera. Persino De Sica, con i suoi cinepanettoni, rischia di uscirne sobrio e misurato. Sul natale cafone non ha più copy-right: da tutte le parti del globo, lo stanno letteralmente umiliando. Ce n'è per tutti i gusti, purché non si pretenda il gusto.
Ad Abu Dhabi, in uno dei più lussuosi alberghi, «l’Emirates Palace», hanno messo in piedi l'albero di natale più ricco del mondo, poco di fianco al bancomat dei lingotti d'oro. Decorato con diamanti, zaffiri e rubini, l'addobbo natalizio vale dieci milioni di dollari. È già nel Guinness dei primati. A nessuno, in zona, sembra importare molto che la ricorrenza non abbia niente di arabo e tanto meno di musulmano. Non importa niente da nessuna parte, non esistono resistenze di genere culturale, storico, religioso. Ho Chi Min City, già Saigon, cuore del Vietnam con ascendenze lontanissime, dal comunismo al buddhismo, nelle ultime settimane sono spuntati migliaia di alberi luminosi e di simpatici babbi, questi ultimi molto felici di circolare con il fatidico copricapo a lampadine intermittenti. Tutto il mondo è natale. Anche dove non sarà mai Natale. Come in un luna-park planetario, è una corsa folle e bislacca alle celebrazioni. Nelle isole Hawaii, Babbo Natale ha lasciato slitta e renne per mancanza di neve, adottando una più pratica canoa trainata da elfi. A tutte le latitudini, forsennati militanti del natale coatto. Anche nelle città del gioco sfrenato come Las Vegas o del sesso umiliante come Bangkok: anche lì, alberelli e babbi, luminarie e festoni. Happy Kitschmas, umanità tutta.
Non è che noi abbiamo poi tutti questi titoli per censurare accigliati il volgare carnevale di dicembre. A modo nostro, entro certi limiti, sappiamo comunque esprimerci. A Milano, l'altissimo albero illuminato cresce comunque sopra una specie di villaggetto degli acquisti, sponsorizzato Tiffany. Niente di scandaloso: però poco mistico, in faccia al Duomo. Bisogna trovare la forza di rilevarlo, tranquillamente, anche se sulla deriva consumistica del periodo dice già da tempo parole talmente alte il Papa, che neppure oso aggiungere una virgola. Aggiungiamoci piuttosto il caso Matera. Lì hanno pensato di sfruttare la formidabile location degli impareggiabili Sassi per realizzarci il più grande presepe vivente del mondo (dannazione, questa mania del record), con la bellezza di ottocento attori in azione. Un prete del posto, a costo di passare per trinariciuto e guastafeste, ha alzato la manina e ha chiesto a brutto muso: ma siamo tutti matti?
Via, lo sappiamo benissimo che non sono giorni penitenziali di mestizia, ma di festa e di letizia. Non è il caso di fare del bacchettonismo spicciolo. Famiglie attovagliate, regali a mogli e figli, bicchierate sui posti di lavoro: ci mancherebbe, è il lato profano eppure umano di una grande ricorrenza. Ma c'è un limite. Non risulta che i musulmani abbiano esportato in giro per le nazioni il Ramadan a colpi di cene luculliane e baccanali notturni. Noi occidentali siamo riusciti nell'impresa di esportare in tutto il pianeta la nostra festa, i nostri affari, la nostra volgarità, senza che il mondo sappia neppure di che si stia parlando. E' vero che l'albero di natale non è un simbolo religioso, ma la data del 25 dicembre sì. Nonostante tutto, anche se non sembra, lo è. Spero non suoni troppo clericale ricordare che su tutti i vocabolari il termine Natale ancora significa "giorno della nascita", e sappiamo di quale nascita. Da duemila e dieci anni, è pur sempre il tenero anniversario di un lieto evento, molto particolare. Ma facendo una rapida panoramica in giro per il mondo, sembra che questo sia l'anniversario di Disneyland, senza offesa per Disneyland. E la cosa più triste è che questo modello, questo rito, questo delirio li abbiamo diffusi noi, in pronta consegna a domicilio. Alberi da dieci milioni, presepi da Guinnes, Babbesse in perizoma. Chiariranno magari gli antropologi che tutto obbedisce all'ancestrale bisogno dell'uomo di fare festa, almeno ogni tanto, senza chiedersi troppi perché. E' una spiegazione. Se non fosse che comunque tutto cominciò in una grotta, con un bambinello scandaloso, capace di cambiare la storia da una lurida mangiatoia. Conta qualcosa?