Il contagio statalista

L’Europa si è mossa alla cieca dopo il vertice di Parigi e i risultati, purtroppo, si sono visti bene. I mercati finanziari non avrebbero potuto mandare un messaggio più forte per far capire quanto sbagliate siano state le politiche finora attuate dai due lati dell’Oceano Atlantico per fronteggiare il panico.
Nonostante questo, le decisioni veramente drastiche (e necessarie) continuano a non essere prese, simbolo di una Europa che è riuscita sempre a mettersi d’accordo solo su regolette e pastoie assurde, ma quando e dove serve davvero non si rivela meglio delle sue banche, che continuano a non fidarsi l’una con le altre. Almeno le Banche centrali mondiali hanno indicato la strada con un intervento perfettamente coordinato di calo dei tassi, ma forse inutile: il tasso di sconto è ormai scorrelato dal tasso della vita reale che è quello interbancario; gli unici ad avere la palla ora sono i governi.
Gli inglesi, ieri, hanno giocato la carta della statalizzazione: in pratica ogni banca che si trovasse al di sotto di un livello di sicurezza potrebbe attingere denaro da un fondo pubblico e, qualora non riuscisse a restituirlo per tempo, lo Stato entrerebbe nel capitale come azionista. Purtroppo questa misura, presto imitata dagli altri Stati europei, rischia di essere concettualmente sbagliata, perché agisce sugli effetti e non sulle cause. È come se, in presenza di un elefante nel negozio di cristalleria, invece di cacciare fuori il pachiderma si presentasse come soluzione lo stanziamento per comperare un barile di colla. Il «panico-elefante» va fermato subito, adesso, ieri se si potesse, e non c’è altro sistema che garantire totalmente e in modo sovrannazionale tutti gli impegni finanziari delle banche area euro: depositi, prestiti e titoli in scadenza. A quel punto, con la garanzia europea, non ci sarebbe più motivo di prelevare denaro da una banca per cercare un impiego più sicuro e tutto si dovrebbe stabilizzare. Solo dopo che si sarà fermata l’emorragia dei trasferimenti di denaro tra banche si potrà parlare di regole diverse per affrontare il mondo nuovo. La scelta dell’ingresso statale nel capitale delle banche in difficoltà potrebbe non evitare il danno, fungendo se mai da colla sul vaso rotto e rischiando di portare distorsioni le cui conseguenze non sono chiare. Supponiamo, infatti, che la banca Tizi non ce la faccia più e venga statalizzata: a quel punto, nonostante il rattoppo, verrebbe considerata «sicura» e potrebbe per questo attrarre depositi e denaro sottraendoli alla banca Semproni, che andrebbe proprio a causa di ciò in difficoltà senza avere colpe. Senza contare che, una volta messe le banche nelle mani degli Stati, poi sarà difficilissimo farle mollare, con tutti i rischi di abuso e distorsione che ciò comporterebbe, non ultimo la tentazione di fare da «spazzino» anche per le aziende non bancarie che dovessero trovarsi in qualche difficoltà.
Il Giappone, per esempio, ha pagato una scelta simile con una febbre strisciante della sua economia che sta in parte pagando ancora adesso dopo vent’anni dall’insorgere della sua crisi. In ogni caso, giuste o sbagliate che siano le scelte che stanno venendo attuate dai diversi governi, va evidenziato che, per una volta, la relativa arretratezza finanziaria italiana sta giocando a nostro favore: il basso livello e la minima complessità del debito nel nostro tessuto economico e sociale è una carta preziosa in questo scenario e meno male, perché al contrario l’altissimo debito pubblico restringe di molto le possibilità di intervento statale in un «campo di battaglia» scarsamente coordinato come l’attuale.
In pratica, siamo più sani degli altri, ma nel nostro armadietto ci sono poche medicine. Non è l’ideale, ma forse è il minore tra i mali.