Conte-Avion Travel, connubio di classe

Servillo: non è un omaggio rituale In questo cd due anni di lavoro

da Milano

Eccoli qui, diversi d’aspetto e affini d’animo, lui con l’aria da gentleman settantenne, ringiovanito dall’attitudine al sogno, loro un po’ più sciamannati, ma mai fidarsi delle apparenze. Li vedi assieme, con la loro ironia cheta e l’intesa complice di chi sa d’appartenere a una riserva indiana, quella dei musicisti veri, che la musica la scrivono ancora sul pentagramma, strumento dopo strumento: e capisci perché l’uno, Paolo Conte, solitamente così riluttante, abbia accettato la supervisione del nuovo album degli altri, gli Avion Travel. Facile: gli Avion sono, tra i nostri gruppi pop, il più contiano, dove contiano sta per spiazzante, colto, dadaista d’animo, eppoi sornione, inquieto, passionale ancorché scanzonato.
Eccoli dunque, maestro e discepoli, prestarsi all’ineluttabile rituale d’un incontro-stampa, per parlare di Danson metropoli, nuovo album degli Avion Travel contenente undici canzoni di Conte, che firma anche la direzione artistica e interviene vocalmente, a fianco di Peppe Servillo, in Elisir, insieme a una Gianna Nannini col sole nella voce. Gran disco? Eccome: dopo un 2006 che ci ha elargito due capolavori epocali, We shall overcome di Springsteen e Modern times di Dylan, ecco il 2007 donarci un nuovo cidì destinato alla Storia. Perché gli Avion, con un Fausto Mesolella in stato di grazia, le orchestrazioni di Daniele Di Gregorio e un organico modificato, riarrangiano le canzoni contiane senza snaturarle, preservandone umori e temperie con un senso grasso, lucente del colore. E Servillo evoca l’indocile vocalità del maestro con un gioco finissimo d’allusioni, pur a costo di farla desiderare un po’.
Si parte dunque con la selva sonora di Danson metropoli, e via via s’incontrano l’epifania visionaria di Aguaplano e l’inedita Il giudizio di Paride: dove il pretesto omerico mutua l’aroma della pummarola, perpetuandosi in una sgangherata riedizione di Miss Italia. Poi ecco Max orbata - peccato - del testo ma restituita alle sue seduzioni raveliane, e la «scudisciata turcomanna» d’una Spassiunatamente davvero epica. Indi la magia quasi insostenibile di Blue Haways, e Sijmadicandhapajiee, Languida, Un vecchio errore, Cosa sai di me? a completare un intreccio mirabile d’emozioni e d’invenzioni.
Proprio così, invenzioni. Perché uno ascolta l’album e si trova di continuo, felicemente spiazzato, tanto esso viaggia all’opposto dell’ovvietà, come rileva Conte, soddisfattissimo «del punto di vista da cui gli Avion hanno guardato la mia musica». «Infatti abbiamo cercato - dice Servillo - di essere interpreti ma anche, un poco, autori, come del resto un buon interprete dovrebbe essere sempre». Quanto all’incontro col maestro, «ci ha insegnato ad amarlo, molti anni fa, Lilli Greco, il grande produttore che ha lavorato sia con lui sia con noi. Credo che abbiamo fatto un buon lavoro: molto vero, non certo un omaggio rituale. Infatti chi l’ha ascoltato nota subito che è molto diverso da come uno se l’aspetterebbe: del resto lo stesso Paolo ci ha esortato ad andare oltre, a essere più possibile noi stessi, pur rifacendo le sue canzoni».
La preparazione ha richiesto due anni di lavoro, «per scegliere i brani e per riarrangiarli, preservando il mondo contiano ma affiancandovi il nostro: la nostra napoletanità, per esempio, che è una dimensione che anche Conte ama molto, e un po’ d’America latina, insomma due assi portanti del nostro stile che non contraddicono certo lo stile contiano, e che hanno trovato in Fausto Mesolella un arrangiatore ispiratissimo».
Conte conferma: «Io per primo ho cercato di spingere gli Avion Travel a tirar fuori un po’ di napoletanità, e con essa un po’ d’umorismo. Cosa che hanno fatto splendidamente, basta sentire come hanno reso Il giudizio di Paride, l’unico inedito dell’album. Sì, io li ho seguiti e consigliati, ma il gusto interpretativo ed esecutivo è il loro. E anche la scelta delle canzoni, che condivido perché hanno puntato su brani che normalmente tengo un po’ in seconda linea, costringendomi così a ritrovarli, diciamo pure a riscoprirli».