Conte e i suoi piccoli manifesti contro le barbarie quotidiane

Oggi il cantautore esce con quindici brani del poetico album Nelson "Dico a me stesso: fai pure il pensionato ma ogni tanto scrivi qualcosa"

Chiamatelo cantautore, compositore, cantante o petit mâitre de l’école du regard (come lo definiscono i francesi) ma lui resta un viaggiatore di suoni e un sovvertitore di stereotipi. Un artista che conosce il (raro) segreto di raccontare la tristezza con allegria e viceversa.

Difficile districare le matasse della melanconia e del sogghigno nell’opera di Paolo Conte, nei suo brani che hanno fatto la storia a cui ora si aggiungono i capitoli di Nelson, l’album in uscita oggi, a due anni da Psiche, il suo ultimo lavoro presentato a Parigi. Allora disse che forse sarebbe stato l’ultimo disco, che era sempre più difficile scrivere belle canzoni; ma ora ecco 15 piccoli manifesti sonori contro la barbarie del quotidiano. Contraddittorio? «Sono ben felice di contraddirmi - dice Conte con il suo spirito un po’ sabaudo e un po’ rive gauche - perché è la passione che mi guida, non scrivo per obbligo o contratto. Insomma quando mi sento in vena mi dico: “fai pure il pensionato ma ogni tanto scrivi qualcosa”». E scrive con la sapienza di chi sa rimanere dentro alle cose senza volerle vivere. Dedica il disco al suo amato cane Nelson (scomparso due anni fa), scrive in prima persona Bodyguard ma col suo disincantanto pudore puntualizza: «Non ho mai scritto nulla su di me - a parte Sotto le stelle del jazz che è l’immagine della mia giovinezza musicale - perchè più un disco è autoconfessorio più mi imbarazza; non troverete nulla di autobiografico perché metto molti filtri e diaframmi prima di arrivare a me». Solo sul suo cane Nelson si sbilancia: «Era un magnifico pastore francese e aveva orecchio. La notte quando suonavo il pianoforte si accucciava accanto a me, ascoltava, e non se ne andava finchè non smettevo, chiudendo la serata con la mia frase segreta portafortuna, tratta da un brano di Fats Waller. Mi manca molto, anche se ho sempre suo fratello Orazio».

Così ci incuriosisce e spinge a domandare come nasce un suo disco. «Ogni cd parte dallo stesso principio. Una raccolta di canzoni che pesca nel jazz ma senza un tema dominante che le unisca. Ogni brano ha la sua storia, il suo stile, i suoi colori. Ho cominciato a scrivere successi per altri negli anni ’60, e considero ancora ogni brano come la facciata A di un 45 giri. Magari quelli che tengo per me sono tutte facciate B, ma l’unione fa la forza». Non autobiografiche ma mai casuali le sue composizioni, che coccola e quasi nasconde al pubblico, incastonandole nei suoi concerti poco alla volta, una ogni tanto, per non stravolgere il rito del recital. Gli altri incidono un nuovo album e ci costruiscono sopra una tournée; lui, da buona testa dura piemunteïsa, fa esattamente il contrario. «Il pubblico vuole godersi la nostalgia, ricordare quella volta quando venne al concerto con la fidanzata che è diventata moglie. Ogni volta ci sono un sacco di brani a cui devo rinunciare perché i fan esigono i classici e io li rispetto». Già, ma com’è il pubblico di Paolo Conte? «Aumenta sempre ma ha delle caratteristiche ben precise anche all’estero: un pubblico abbastanza colto ma non troppo e che non segue la moda. Libero nei pensieri in cui io non voglio intromettermi, soltanto raccontare storie». E che pensa della critica? Come in una sua canzone, non parla in prima persona ma cita, scherzando per davvero, La settimana enigmistica, dove uno scrittore dell’800 a cui chiesero cosa pensasse dei critici rispose: «quello che i lamiponi pensano dei cani».

E tra le nuove storie c’è l’immancabile afflato jazz di L’orchestrina dedicata a Dino Crocco, «era capo di un’orchestrina anni ’60 che io seguivo in tutte le sale da ballo»; c’è Jeeves, «dedicata al fantastico maggiordomo inglese creato da Wodehouse; c’è il richiamo sudamericano e il canto spagnolo di Los amantes del mambo «nelle mie canzoni c’è sempre la danza, perchè io non ho mai saputo ballare»; c’è C’est beau in stile burlesque dedicata a Manitou «perché la mia religiosità un po’ confusa è attratta dal modo di vedere l’universo circolare tipico degli indiani»; c’è Suonno e’ tutt’o’suonno cantata in napoletano «ma lontana, per rispetto, da qualsiasi clichè partenopeo». Non più solo testi in francese ma anche in napoletano, spagnolo, inglese «ma chiedo le circostanze attenuanti per gli accenti, è che quei brani hanno bisogno di quella lingua». Un disco che non vuol far sognare ma che paradossalmente vuol fuggire dalla realtà perchè «della realtà è meglio non parlare. Ci sono battaglie perse in partenza contro certi modi di fare e criticare non serve».