Conte: "Voglio battere la squadra dei sogni"

"La Juve? Dicevano che doveva essere mia... I tifosi mi chiamano ancora
capitano, ma oggi se vinco esulto". "Forse sono un predestinato: ho
sempre voluto fare l’allenatore. Prendevo appunti anche quando giocavo"

Antonio Conte ha appena smaltito l’influenza. Non è febbre da Juve, giura. Anzi non lo dice, perché questa Atalanta-Juventus è una partita di cui non parlare. Palla al centro e gioca. Lui in panchina, fermo oppure agitato. Lui in una parte diversa da quella che a un certo punto tutti pronosticavano: doveva essere Torino, è Bergamo. Oggi Conte finirà senza voce, come sempre. È successo a ogni partita, pensa che possa accadere alla fine di questa. Non può dire che sia una cosa normale, allora non approfondisce: «Non troppe domande sulla Juventus». Ne parla lui, quando ne ha voglia, perché l’ha detto tante volte e non vuole ripeterlo più: «La Juventus è un sogno». Non oggi. Non adesso.

Quant’è dura la serie A da allenatore?
«In generale la vita da allenatore è dura. Più dura di quella da calciatore: serie A o serie B non è che faccia tanta differenza».

I calciatori se la passano meglio, allora...
«Sicuramente. Da giocatore pensi a te, quando finisci allenamento o partita vai a casa. L’allenatore invece deve pensare a 25 persone: devi programmare, devi pensare allo staff, devi curare i rapporti con la società».

Allora essere allenatore è una fregatura?
«No. Questo lavoro ti dà più soddisfazione di quella che hai da calciatore. Vedi una tua creatura che cresce giorno dopo giorno in base ai tuoi insegnamenti tattici e umani».

Lei è uno degli allenatori meno esperti della A. C’è un pregiudizio nei confronti dei tecnici giovani?
«No. Io ho esordito da calciatore a 16 anni. Io penso che quando uno è bravo è bravo, che abbia 70 anni, 35 o 40. L’importante è che quando si fa una scelta la si tuteli».

Quante volte le hanno detto: «Sei un predestinato»?
«Molte».

Ed è vero?
«Sì. Io l’ho sempre sentita questa vocazione da allenatore. Mi è sempre piaciuto ragionare con la testa da tecnico anche quando giocavo: valutare situazioni, prendere appunti durante l’anno. Sentivo e sapevo che la mia nuova carriera sarebbe stata da allenatore».

Appunti? Ma ce li ha ancora? Li ha conservati?
«Sono un po’ disordinato, ma qualcuno l’ho tenuto».

E li guarda?
«Sì, capita. Vado a riprenderli e a studiarli».

Con che allenatore ne ha presi di più?
«Ho iniziato a prenderli quando sono arrivato alla Juventus. Li ho presi con Trapattoni, Ancelotti e Lippi».

Chi è stato per lei il Trap?
«Un padre. Perché mi ha portato alla Juventus, ma non solo per questo. È stato un padre anche nel modo di vivere e nel modo di fare l’allenatore: lui è molto papà in questo».

E chi è stato Lippi?
«Io l’ho sempre visto come un condottiero».

Prima della chiamata dell’Atalanta, ha mai pensato di non allenare per tutto l’anno?
«No. Onestamente no. Perché comunque avevo fatto bene l’anno scorso al Bari e anche ad Arezzo. Non pensavo di rimanere a piedi».

E se fosse arrivata una chiamata dalla B, l’avrebbe accettata?
«Sì, non avrei avuto problemi. L’importante era arrivare in una squadra nella quale si potesse fare un progetto serio e trovare persone serie».

E l’ha trovata?
«Sì, credo di essere nel posto giusto nel quale lavorare».

Che cosa le piace di se stesso?
«La mia applicazione. Faccio giocare la squadra secondo le mie idee. Sono uno che non improvvisa, mi piace la cura dei dettagli. Io voglio che il mio calciatore quando va in campo sappia esattamente che cosa fare».

È un maniaco...
«No, maniaco no. Preciso».

Come no?
«Io voglio solo che il calciatore si trovi nelle condizioni migliori per esprimersi».

Bisognerebbe chiedere ai giocatori, allora...
«Sì. Comunque, la cosa più bella è quando un calciatore se ne va e poi, se ci risentiamo, mi ringrazia per quello che gli ho insegnato».

Ma si dice che lei faccia gli allenamenti con una musica in stile marines. Perché?
«Gli allenamenti con la musica li abbiamo fatti solo per effettuare test fisici importanti, dove c’è uno sforzo molto forte. Non è che mettiamo le canzoni ogni volta... Ventrone lo faceva già quando io giocavo nella Juventus. Anzi, a volte dico a Giampiero di svecchiarsi un po’».

L’anno scorso l’hanno riempita di complimenti, poi a un certo punto è rimasto senza squadra. Lei s’è mai sentito sottovalutato?
«No. Già da calciatore nessuno mi ha mai regalato niente. Non avevo grandi mezzi tecnici, per me è sempre stato un continuo cercare di migliorarmi. Questo m’ha portato a restare 13 anni alla Juve e diventare capitano».

Chi è che le ha fatto il complimento più bello nella vita?
«Non c’è una persona. Il miglior complimento è un’idea: il fatto di essere ricordato sempre dai tifosi della Juve. Mi incontrano e mi chiamano “il capitano”, questo mi riempie di soddisfazione. È la dimostrazione che non bisogna essere per forza dei fenomeni per entrare nel cuore della gente».

E invece qual è il peggior ricordo?
«Gli anni in cui si parlava del doping. Io so, insieme ai miei compagni, che sacrifici abbiamo fatto per vincere in quel periodo. Tanto è vero che mi porto ancora dietro il preparatore...».

Da allenatore nessuno l’ha fatta arrabbiare?
«Come no? La cosa che mi dà fastidio è quando non mi affrontano direttamente. Non parlo dei calciatori».

E di chi, dei dirigenti?
«Sì».

Le è successo?
«È successo e succederà ancora, già lo so».

Anche la Juve l’ha fatta arrabbiare, però. L’ultima volta che l’ha affrontata da allenatore, lei è retrocesso in C con l’Arezzo...
«Negli anni ho maturato la convinzione che non fu quella gara a farci retrocedere. Ci furono scelte sbagliate, come quella di mandare via il sottoscritto e di richiamarlo a 13 giornate dalla fine. Sfiorammo il miracolo. Per me quello oggi è solo passato».

Ma se dovesse vincere contro la Juve, esulterebbe?
«Perché non dovrei esultare?».

Perché in estate quando si parlava di lei a Torino...
«No. Basta domande sulla Juventus».

Solo una. Chi è Ferrara per lei?
«Un amico, un compagno, un fratello. Gli auguro tutta la fortuna, non certo oggi però».

Quest’estate però a un certo punto c’erano senza panchina Conte, Mazzarri, Delio Rossi, Beretta. Non è che gli allenatori sono troppi?
«Credo sia una coincidenza. È vero che le squadre sono sempre le stesse mentre gli allenatori sono sempre di più perché Coverciano ne sforna un gruppo ogni anno. Però penso che alla fine ognuno abbia il proprio destino, la propria storia e le proprie possibilità. Quindi è stata solo una circostanza fortuita».

Il calcio è dipendente da Mourinho?
«In che senso?».

Nel senso che a volte sembra che lui sia il personaggio centrale e che tutto il resto gli ruoti attorno...
«Per me Mourinho è un collega punto e basta. È un collega lui, è un collega Ciro, è un collega l’ultimo arrivato, Marco Baroni».

Nel calcio c’è invidia?
«Sì, molta. Moltissima».

Ma è di più tra calciatori o tra allenatori?
«Ce n’è tanta tra gli addetti ai lavori, ma anche tra chi ruota intorno al nostro mondo, giornalisti compresi».