CONTEMPORANEA Il Grand Tour tedesco

Da Kassel a Münster a Francoforte un grande circuito internazionale dell’arte di oggi. Significativa a Karlsruhe la presenza asiatica

C’è un momento, una volta ogni dieci anni, in cui la Germania diventa la capitale mondiale dell’arte contemporanea. La grande rivale della Biennale di Venezia, Documenta di Kassel, si tiene ogni cinque anni ed è alla 12ª edizione, mentre Skulptur Projekte a Münster è a cadenza decennale e segna il succedersi delle generazioni artistiche. Attorno a queste due grandi rassegne la rete museale tedesca, già molto ricca e articolata di per sé, intensifica l’attività e completa il ventaglio delle proposte. Così al MMK di Francoforte troviamo Tino Segal e tre installazioni del nostro Maurizio Cattelan, che fa anche letteralmente apparire la Madonna sull’isoletta di Portikus. Nella stessa città (Stadt Museum) una straordinaria mostra di William Kentridge che riprende i giochi ottici del Cinquecento. Da segnalare anche Janet Cardiff & George Bures Miller al Mathildenhohe di Darmstadt.
In tutto questo Grand Tour tedesco forse la tappa meno godibile è proprio Ducumenta, pensata dal direttore Roger Buergel come una sorta di libro. All’inaugurazione circolava la battuta: «Non si parla con nessuno perché tutti sono intenti a leggere i testi esplicativi». Il motivo di fondo è quello della migrazione della forma e siccome questo può avvenire tanto tra vari media, quanto nello spazio o nel tempo, la rassegna presenta molte opere storiche. Riletture o riscoperte sono l’Electric Dress di Tanaka Atsuko, un variopinto abito di lampadine che risale al 1956; l’indagine di Martha Rosler sulla Bowery, la degradata via di New York (1974-5); Triangle (1979), il lavoro fotografico di Sanja Ivekovic in cui, nel giorno della visita del Presidente, l’artista segue con l’obiettivo tre persone: una figura sul terrazzo, l’artista stessa al balcone e un poliziotto; le croci impresse alla pavimentazione stradale da Lotty Rosenfeld a Santiago del Cile negli anni ’70; la foto della performance a Rosario (Argentina) nel 1968 in cui Graciela Carnevale «imprigiona il pubblico dentro uno spazio in un crescendo di tensione che porta alla rottura del vetro dall’esterno».
Centrale appare in questo contesto la performance di Trisha Brown del ’70: una struttura di tubi e corde che sostengono abiti entro cui tre ballerini si infilano e si sfilano restando appesi. Della Brown vediamo anche un’altra performance e bellissimi disegni che sembrano tracciati coreografici. Poiché la mostra è costruita come racconto unico, si ritrovano più volte gli stessi artisti (come gli onnipresenti Posenenske e McCracken) anche con tipologie di lavori differenti (come Friedl che va da un video ai suoi disegni da bambino). Più difficile comunque trovare la stessa qualità nella scelta relativa alle generazioni più recenti: le serie fotografiche di Van de Ven; l’album di Jacob accompagnato dal video; il film di Coleman con Harvey Keitel; i lavori di Zoe Leonard, Mary Kelly, Amar Kanwar e l’opera forse più bella: Top Secret (’89-90) di Nedko Solakov che «rilegge» la sua esperienza di giovane collaboratore della polizia segreta bulgara.
La tappa più bella è sempre Münster, un tipo di mostra che ha fatto scuola, dove non solo si possono vedere alcune memorabili opere storiche installate negli anni precedenti, ma anche ora alcuni artisti hanno messo a segno ottimi lavori. Petting Zoo di Mike Kelley, una rivisitazione del mito biblico della moglie di Lot trasformata in statua di sale, vale il viaggio, ma anche Square Depression (un gioco di parole sulla depressione spaziale, ma anche come stato psicologico) di Bruce Nauman è molto forte. Nello spirito della rassegna il Memorial che Silke Wagner ha dedicato a Paul Wulf, custode della memoria storica del luogo.
Thermocline of Art (allo ZKM di Karlsruhe) con i suoi 117 artisti di 20 Paesi è la più ampia rassegna mai realizzata sulla produzione artistica asiatica, dal Medio all’Estremo Oriente. La cosa interessante è che questa panoramica è offerta da una prospettiva asiatica. Il curatore è infatti il coreano Wonic Rhee che ha indagato le identità multiple prodottesi in Asia come effetto incrociato di post-colonialismo e globalizzazione e rintraccia la dialettica tra tradizione e innovazione negli artisti che sono rimasti nei loro Paesi d’origine, oltre che in quelli più famosi emigrati in Occidente. Particolarmente interessanti gli artisti indiani come Chitra Ganesh, che presenta i suoi fumetti, o Kallat con l’installazione fotografica di 365 particolari di auto ammaccate o Shilpa Gupta con il suo teatro delle ombre interattivo. I due lavori più belli mi appaiono quello di Dinh Q. Lê e di Amar Kanwar. Il primo, vietnamita, presenta un trittico video intitolato The Farmers and the Elicopters in cui mescola interviste a contadini vietnamiti con immagini di film sul Vietnam e foto documentarie della guerra.