«Contergan», paura anche in Italia

da Roma

È appena una molecola. Pesa solo 50 milligrammi. Ma può provocare sciagure irreparabili. Qualcuno ne ricorderà il tenebroso nome: talidomide. Tra il 1957 e il 1961 il talidomide, inserito nel farmaco tedesco Contergan, causò in tutto il mondo la nascita di circa 20mila bambini malformati. Uno scandalo e una tragedia che, a cinquant'anni di distanza, hanno ispirato una fiction tedesca, intitolata con lo stesso nome della letale medicina. Ma Contergan, che censurato in Germania (dove ancora non è potuta andare in onda) avrebbe dovuto essere uno dei film di punta del RomaFictionFest, è stato all'improvviso ritirato anche dalla rassegna italiana. Lo «scandalo talidomide» continua a far paura?
«La storia di Contergan è un dramma nel dramma - racconta il produttore tedesco della fiction, Jan Moyto -. Girato tra il 2005 e il 2006 è pronto da quasi un anno. Ma la casa farmaceutica che produsse il medicinale, la Grunenthal, ci ha fatto causa, impedendone la messa in onda. In prima istanza, però, il tribunale di Amburgo ha dato ragione a noi; e, in seconda, ha chiesto il cambiamento di appena due dei trenta punti della storia incriminati. Per questo io avevo promesso al direttore del RomaFictionFest, Laudadio, di portargli Contergan». Ma quando tutto era pronto per la proiezione, la Grunenthal ha fatto ricorso. Risultato: anche in Italia Contergan rimane un'opera proibita». «Da questa storia siamo delusi anche noi - commenta Nadia Malavasi, presidente dell'Associazione Talidomidici Italiani -. Noi, nati per colpa del talidomide senza braccia, o gambe, o con malformazioni interne, ci abbiamo messo quasi cinquant'anni, per essere ufficialmente riconosciuti dallo Stato italiano. Ma a differenza dei talidomidici del resto d'Europa, non abbiamo mai percepito alcun risarcimento o rimborso, non possediamo, come in Germania o Inghilterra, asili nido, centri medici o di riabilitazione». La storia di Contergan racconta di una giovane coppia tedesca: lei partorisce una bimba malformata, e lui, avvocato, impiega dieci anni di lotta per veder riconosciuti i diritti della figlia. «In autunno, anche fuori del festival, finalmente proietteremo il film», promette Laudadio.