«Per contestare la contestazione mi feci prete»

Intervista con Luigi Negri, il vescovo milanese di San Marino e Montefeltro

nostro inviato a Pennabilli (Pesaro)
Lo conosco da tanti di quegli anni, don Luigi, che chiamarlo «eccellenza», come vorrebbero le circostanze e il protocollo, mi pare una mancanza di rispetto. Ci pensa lui, rivedendo dopo tanto tempo lo studente universitario che gli è apparso davanti, a togliermi dall’imbarazzo aprendosi in una risata - di quelle che solo ai milanesi riescono così - che gli fa ballonzolare sul petto la croce d’oro da vescovo. Dunque siamo d’accordo. Di qui in avanti monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino-Montefeltro, sarà il «don» al quale davo del tu e che un po’ invidiavo, nel Sessantotto e dintorni, domandandomi segretamente come facesse a essere così contento, ma così contento, nella sua tonaca da prete, ai tempi della Cattolica.
Poco fa, attraversando a balzelloni la piazza di Pennabilli (borgo medievale di forse 1500 abitanti; sconvolta, la piazza, da certi radicali lavori in corso) sono entrato nella tabaccheria di Giovanni Giannini. «Com’è questo vescovo che avete?» gli avevo domandato a bruciapelo. E lui, il Giannini: «Un pozzo di scienza. Un uomo di una cultura che fa spavento. Ma soprattutto uno di quei preti che uno li guarda e dice: toh, eccone uno che ci crede davvero. Quanto alle sue omelie, bravo chi ci capisce tutto. Quando gli prende, gli vien fuori un linguaggio così alto, così difficile, che la cattedrale piomba in un silenzio di tomba, e vedi certe facce concentrate... Non lo so spiegare, bisogna esserci...».
Abitava a Porta Romana, don Luigi, da ragazzo. Suo padre, Innocente, era stato commesso e poi direttore generale da «Urani», negozio di tessuti di viale Bligny che allora andava per la maggiore. La madre Rosa, casalinga. Due fratelli, Giuliano e Carla. Famiglia cattolica, di fede tosta. Finite le medie, Luigi si iscrisse al liceo classico. Ed essendo lui di Porta Romana, non poteva che essere il «Berchet» di via Commenda. Lo frequentò dal ’55 al ’60. Nel 1965, eccolo laureato a pieni voti in Filosofia, alla Cattolica. Nel ’67 entra in seminario. Nel ’72 viene ordinato sacerdote. «Per ricostituire il popolo cristiano ci volevano delle guide, mi dissi. Partii». Ma la sua vita era già cambiata ai tempi del ginnasio. Come insegnante di religione gli era capitato un prete strano, un visionario appassionato di Gesù Cristo che veniva da Desio, in Brianza. Si chiamava Luigi Giussani. Don Giussani. O «il Gius», come poi presero a chiamarlo le moltitudini che lui riunì in Gioventù Studentesca prima e in Comunione e Liberazione poi. Da allora il Luigi di Porta Romana e il Luigi di Desio hanno camminato sempre insieme, uno accanto all’altro; il primo a far da braccio destro al secondo.
«L’incontro con don Giussani - mi racconta questo prete contento di essere prete - è stata l’esperienza che mi ha aiutato a recuperare anche tutta la grandezza della tradizione religiosa in cui ero stato educato, consentendomi di riscoprirne il valore nel presente. Mi ha insegnato a vivere la fede nella vita, senza nessuna separazione tra la vita e la fede. Dentro questa esperienza di totale corrispondenza tra l’avvenimento cristiano e il desiderio di felicità che mi portavo dentro, tutto il resto è venuto di conseguenza».
Furono anni di disagio esistenziale, i primi del liceo. «La lunga marcia del laicismo, del secolarismo, aveva già prodotto i suoi frutti avvelenati. Il liberalismo azionista, il marxismo: quella era la cultura egemone. Non parlo solo dei libri di testo, parlo anche degli insegnanti. Dante, la musica, l’arte sembravano un ricordo del passato, visti in quest’ottica. Imparai da don Giussani che la tradizione è il presente. Che Cristo e la Chiesa sono qui e ora. Sant’Agostino, del resto, l’aveva già detto: la presenza di Cristo è la risposta definitiva al desiderio e all’esigenza di bene, giustizia, verità e bellezza».
Discriminati, derisi, insultati, intimiditi, picchiati. I crocefissi delle aule gettati nei cestini della carta straccia al «Cattaneo», al «Molinari». Marco Barbone, l’assassino di Walter Tobagi, che aspettava i giessini e i «fasci» davanti al «Berchet» armato di spranga di ferro. Questo il prezzo pagato da chi scelse di fare «un altro Sessantotto».
«Con quel mondo - ricorda don Luigi - noi ci siamo confrontati lealmente, sinceramente; ma ne abbiamo ricevuto, dico dalle frange più estreme, solo odio. La novità, per noi, non era la rivoluzione. La rivoluzione vera, l’avvenimento della salvezza portata dalla incarnazione di Dio in Gesù Cristo c’era già stata. Ma anziché chiuderci e astrarci dal mondo o farcelo sentire avversario ci apriva alla storia, alla società. Volevamo essere protagonisti, ma quella barriera di odio ci respingeva. D’altronde, l’ideologia laicista e marxista non poteva mettere in discussione i suoi fondamentali: e cioè che è l’uomo storico e terreno il protagonista della liberazione. E la liberazione si costruisce quaggiù attraverso i movimenti politici, i partiti, le avanguardie rivoluzionarie. Un mondo chiuso al trascendente. Come dice san Giovanni: il mondo vi odia perché non siete suoi».
Naturale che una ideologia rivoluzionaria, libertaria e laicista, facesse polpette di quella ideologia religiosa, tutta principi e dottrina, incarnata da Azione Cattolica. Gioventù studentesca, e poi Comunione e Liberazione furono le impreviste bombe di profondità sul cammino del sommergibile laico-marxista che avanzava imperioso nelle acque territoriali della società italiana. «Vivevamo, studiavamo, eravamo un embrione di popolo per nulla disposto a rinunciare alla nostra identità culturale. La carità invece della violenza era il nostro abito», dice don Negri.
La notte, sul Montefeltro, è stata piena di vento. E anche ora, guardando oltre le vetrate dello studio del vescovo, dall’alto di questo palazzone di pietra grigia, sede della Diocesi, si vedono le punte dei pini qui sotto piegate dalle raffiche che arrivano a strappi dal monte Carpegna. Alle pareti dello studio, sui ripiani di una libreria, le immagini di don Giussani e dei tre papi fra le cui braccia don Luigi Negri si è rallegrato, nel corso degli anni: Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI.
Eppure, domando all’uomo che mi sta di fronte, vestito di un semplice maglioncino blu da cui spunta il candido collare da prete, non furono pochi quelli che da Gs finirono in Lotta continua o tra le file di Potere Operaio. «Qualcuno, forse, anche nelle Br - concede, mentre un’ombra gli passa per la prima volta sul viso -. Portarono lì dentro una volontà di impegno integrale che non li ha resi malleabili. Ragazzi che non hanno fatto la fortuna di chi poi conquistò giornali o posizioni politiche. Ragazzi che hanno pagato di persona».
È vero che don Giussani ebbe simpatia per il Movimento studentesco? gli domando. «Con la sua sensibilità umana - risponde don Negri - non poteva non sentirsi in sintonia con quei desideri di verità e autenticità umana che venivano da quel mondo. Ma non poteva accettare la violenza come principio costruttivo del mondo nuovo».
Ecco. Il mondo nuovo. In una società culturalmente debole, «dove nessuno si identifica per valori sostanziali, divenendo preda della mentalità imposta dai mezzi di comunicazione sociale, e in cui il pensiero debole è funzionale al pensiero forte dei poteri forti», don Luigi Negri si appella alla parola del Papa tedesco. Alla guida che condanna senza tentennamenti il nichilismo ideale e il relativismo etico che impregna la nostra società. Di qui il tema della contrapposizione fra la modernità e la Chiesa su cui don Luigi batte e ribatte, nei suoi scritti e nelle sue prediche. «La contrapposizione io l’ho sperimentata fin dai tempi del liceo. Del resto non è la Chiesa che è contro la modernità. È la modernità che è contro la Chiesa. La Chiesa non è programmaticamente contro niente e nessuno, se non il demonio. Dico che solo una società che affermi la priorità della persona sulla società e della società civile sullo Stato è in grado di valorizzare la libertà umana. Cioè di liberare la persona, che è poi lo scopo per cui Gesù è venuto sulla terra».
L’incontro si chiude qui. Monsignor Negri, che è appena rientrato da Cagliari dove ha preso parte alla cerimonia di beatificazione di suor Giuseppina Nicoli, è in ritardo. Lo aspettano in cinque o sei parrocchie della Diocesi. «Non è folclore - ride lui, felice della sua missione -. L’avvenimento cristiano è avvenimento di popolo, e quindi il popolo deve vederti».
Gli domando: a che ora ti alzi al mattino? «Alle 6». E qual è il tuo primo pensiero? «Il primo va al motto che ho scelto al momento della mia elezione a vescovo: Tu, fortitudo mea. Se non ci fosse la presenza di Cristo, non varrebbe nemmeno la pena di alzarsi dal letto». E l’ultimo pensiero della giornata? «Rifletto sul destino, sui compiti da assegnare ai miei preti. E dico a Gesù: cerca di evitare di farmi fare cazzate».
(5. Continua)