Contestata la Polverini Si ribella: "Siete zecche"

Un gruppetto di violenti irrompe durante un comizio: "Sei una fascista". Ma la governatrice non si lascia intimidire: "Se vengo lì..."

Roma - «Fascista!». «Zecche!». È iniziato così e avrebbe potuto finire molto peggio il pomeriggio caldo di Renata Polverini a Genzano, la Stalingrado dei Castelli romani, città rossa per tradizione nella quale evidentemente ogni voce non allineata viene spenta in nome di un’intolleranza intollerabile. Un’aggressione verbale bella e buona quella al presidente della Regione Lazio, che non si è lasciata intimidire e anzi ha messo da parte l’aplomb istituzionale rispolverando il dna «stradarolo» del quale va fiera.

Martedì la Polverini era a Genzano per sostenere Vittorio Barbaliscia, candidato sindaco del Pdl alle elezioni che si svolgeranno domenica e lunedì. Ad attenderla al varco una pattuglia di provocatori, che utilizzando il pretesto del no alla costruzione di un inceneritore nella vicina Albano hanno preso a beccarla impedendole di parlare. «Vergogna!», le gridano, e la Polverini «nun ce sta»: «Questa è la democrazia - attacca - e ve ne dovete fare una ragione. La democrazia è un comportamento, un modo di agire. Fatela finita, aspettate lì, che quando scendo discutiamo noi». La contestazione non scema e la Polverini se la prende allora con la più calda delle teste calde: «Ao’, co’ me caschi male, so’ de strada come te e io le manifestazioni le organizzavo già quando tu c’avevi i calzoni corti. Mica me faccio mette i piedi in testa da una zecca come te», urla la governatrice bypassando ogni finzione istituzionale.

Lei, la sindacalista di destra che ha riconquistato il Lazio al Pdl, non è certo tipo da farsi spaventare, e ci tiene a farlo sapere ai suoi loggionisti: «Fatemi il cacchio (eufemismo, ndr) di piacere di andarvene a casa. Pensate di mettermi paura?». E a un militante che con la telecamera immortale il suo sfogo: «Riprendi, riprendi pure. Ma lo sai che ci faccio co’ quella?». Domanda retorica: «Mo’ scendo e te lo dico», fa didascalica lei. Poi la gazzarra, con i rappresentanti dei centri sociali a cantare l’inno italiano con il pugno chiuso, e poi Bandiera Rossa e Bella Ciao, come da juke-box «de sinistra»; e con i sostenitori di Renatona, inizialmente intimiditi dalla reazione furibonda della presidente, ad acclamarla e a rispondere allo show degli avversari con il saluto romano.

Finisce con la governatrice scortata dalla polizia giù dal palco a rimuginare sull’accaduto: «Forse ho reagito troppo violentemente. Questi sono mestieranti, ma quando si arriva a violenza verbale così forte e in una piazza fatta da tante persone proprio non va bene. È inaccettabile che possano dire qualsiasi cosa contro tutti». E finisce con tanta solidarietà nei confronti della presidente più di lotta che di governo, tra cui quella degli avversari, l’ex presidente della Provincia Enrico Gasbarra («Non dobbiamo contestare le istituzioni ma battere democraticamente la Polverini domenica e lunedì alle urne») e quello attuale Nicola Zingaretti («Episodi che minano le fondamenta della democrazia. I principi fondamentali della democrazia impongono di rispettare sempre e comunque chi la pensa diversamente da noi»). Ma Francesco Storace, leader della Destra, avrebbe voluto un intervento ancora più in alto: «Perché il presidente della Repubblica non ha detto una parola di solidarietà alla Polverini così duramente contestata?». Si attendono risposte.