Conti pubblici, gelo di Almunia «Il governo si impegni di più»

nostro inviato

a Cernobbio (Como)

«Dalle prime misure che abbiamo visto, ci sembra che gli interventi volti a ridurre il deficit strutturale italiano non vengano portati avanti con lo stesso livello di ambizione dimostrato per gli aggiustamenti realizzati nel corso del 2006». Il commissario europeo per gli Affari monetari, lo spagnolo Joaquin Almunia, non è stato tenero, ieri, con il governo Prodi. Pur riconoscendo che, «dal punto di vista della politica fiscale, l'Italia sta correggendo il deficit in eccesso». Ed esprimendo infine un auspicio: che il nostro Paese «a fine 2007 possa risolvere i suoi problemi».
La bacchettata di Almunia deve però aver fatto abbastanza male, piovuta com'è sulle dita dei responsabili dei conti pubblici dalla cattedra del 33° Workshop Ambrosetti in svolgimento a Villa d'Este. Una cattedra internazionale, caratterizzata da un parterre tradizionalmente nutrito e qualificato. E per questo cattedra particolarmente visibile, nel bene come nel male. Severità del resto obbligata, quella del commissario, vista l'importanza di un percorso di risanamento in un momento, come l'attuale, caratterizzato da un marcato peggioramento del quadro generale. Almunia ha infatti voluto sottolineare come l'attuale fase, per il nostro Paese, sia particolarmente delicata dal momento che «il debito pubblico italiano rimane oltre il 100 per cento del Pil» e che «con tassi di interesse in crescita aumenta il costo del finanziamento».
Il governo ha accusato il colpo, sintomo evidente che la bacchettata è arrivata a segno. Poche ore dopo il rimbrotto europeo, infatti, dalla stessa tribuna di Villa d'Este, ad Almunia ha risposto indirettamente Enrico Letta, sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Il quale ha dichiarato che «deficit e debito sono scesi in modo significativo e che quindi è assolutamente naturale che tutto ciò che c'è oltre il livello di applicazione dei patti dobbiamo gestirlo con autonomia di scelta».
La performance italiana, ha osservato il sottosegretario pur con la premessa di ritenere «giusta» la raccomandazione di Almunia, «è una delle migliori di tutta Europa per la riduzione, appunto, del debito e del deficit». A giudizio di Letta, però, «ci sono le condizioni sia per un'ulteriore politica del rigore sia per una politica di graduale riduzione della pressione fiscale e questo grazie ai frutti della politica fatta finora. Noi abbiamo fatto la nostra parte, e bene fino adesso», ha rivendicato.
Al punto che la prossima finanziaria sarà meno pesante di quella passata, si è sbilanciato. Trovando peraltro una sponda nel collega di governo Antonio Di Pietro. «La riduzione delle tasse è un obiettivo che tutti dobbiamo perseguire e che all'interno del governo abbiamo discusso per intervenire su due fronti: ridurre le tasse e aumentare la lotta all'evasione», gli ha fatto eco il ministro alle Infrastrutture, spiegando che a suo avviso «la riduzione delle tasse e la lotta all'evasione sono l'una la faccia dell’altra». Di modo che, ha insistito, «man mano che i maggiori introiti arrivano grazie alla lotta all'evasione, questi possono essere destinati alla riduzione delle tasse». E quasi a voler rispondere all'appello per una riduzione del carico fiscale sulle imprese, lanciata l'altro giorno sempre da Cernobbio dal presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo, Di Pietro ha precisato come «del quadro descritto sono destinatarie anche le imprese».
Poco più in là Letta, incalzato dai giornalisti su quanto sarà meno pesante la manovra, ha messo le mani avanti dicendo che «le cifre esatte si vedranno il 29 settembre; ma sarà leggera e con dentro buone notizie, per cui gli italiani non devono preoccuparsi». E in un crescendo di rassicurante semantica prodiana, si è addirittura spinto a vaticinare che «avremo un autunno tiepido, sereno, non caldo», anche perché «ormai l'emergenza è finita». La prossima finanziaria, a suo dire, «ci consentirà anche di dimostrare agli italiani che la manovra pesante dell'anno scorso è stata necessaria perché i conti erano fuori regola, ma che adesso le cose vanno bene».
Sempre più prodiano, quasi più dello stesso Prodi, Letta ha inoltre voluto fugare timori circa la possibilità che questa finanziaria possa infrangersi in aula contro gli scogli di una maggioranza non propriamente omogenea. Si è detto infatti sicuro che un accordo si troverà e per nulla preoccupato da un primo passaggio al Senato, ovvero proprio là dove la maggioranza di centrosinistra è particolarmente esigua. Anzi, ha aggiunto sprezzante del pericolo, «meglio iniziare da Palazzo Madama, così si affrontano subito i problemi e si fanno le scelte. Sono convinto che passeremo dalla cruna dell’ago». Che come tutti sanno è un pertugio molto stretto.