Contin, dalla falegnameria a New York

Ci sono dei libri che ti cambiano la vita. Carlo Contin ne ha uno dove Munari scrive: «Se leggo dimentico. Se guardo ricordo. Se faccio capisco». Carlo Contin quando legge quel libro ha poco più che vent’anni. Lavora nell’azienda di papà: una falegnameria. In Brianza, si sa, ce n’è una in ogni cortile. Solo che lui mentre si impratichisce con quei legni comincia a creare degli oggetti. Anzi ridisegna quelli dei grandi designer. Poi c’è il ’98 che per lui è come dire un sessantotto. Ovvero una rivoluzione: il Salone Satellite comincia la sua avventura. In questo padiglione a margine del Salone del mobile i giovani si mettono in mostra. Una vetrina, la prima del genere. Beh, l’anno dopo Carlo Contin carica su un furgoncino i suoi oggetti, paga la quota che deve pagare e ci prova. Poi, si sa, ci vuole anche la buona stella. La sua è una che brilla parecchio. Si chiama Paola Antonelli ed è niente meno che curatore del Moma, il museo di New York. Da lì comincia quella che - a ragione - lui chiama una favola. Lei nota il cestino portafrutta che ha fatto lui e decide di portarlo al Moma. Gli dice di farne 250 pezzi. Lui li fa, nella falegnameria con le sue mani. Passano dieci giorni e dal Moma gliene ordinano tremila, «entro un mese». Quel cestino oggi si chiama «Satellite» viene venduto ancora al Moma. E sta su un palchetto della mostra «Avverati», all’interno del salone Satellite curata da Beppe Finessi. Ovvero i sogni dei giovani diventati realtà, partiti come prototipi al Satellite e entrati tutti in produzione. Come quelli di Contin che ora lavora per aziende come Cappellini o Meritalia. La falegnameria che era il suo futuro è diventata il passato.