Continuano le polemiche dopo la scalata di Palazzo Isimbardi alla ex Milano Mare. Il sindaco ha consegnato alla procura della Corte dei conti un esposto di due pagine «Penati ha speso 238 milioni solo per farci fuori» Albertini chiede ai giudici di acce

Il sindaco: «Si valuti se nei comportamenti vi siano responsabilità amministrative e patrimoniali». Per Palazzo Marino l’operazione sarebbe servita solo ad eliminare un socio «scomodo» visto che il controllo era già assicurato dal patto di sindacato

Firmato Gabriele Albertini. Due paginette appena (e un plico di allegati) che stanno facendo tremare Palazzo Isimbardi. Uno «sgarbo istituzionale», l’ha definito il presidente diessino della Provincia Filippo Penati. «Voglio vedere se c’è un giudice a Milano», le parole di un più che piccato sindaco ai suoi più stretti collaboratori al momento di consegnare l’esposto alla Procura regionale per la Lombardia della Corte dei conti. Pomo della discordia ancora la Milano Serravalle, la società che gestisce l’autostrada per Genova e le tre tangenziali milanesi e che Penati ha scalato nell’ultimo fine settimana di luglio sperando di sorprendere in spiaggia i dirimpettai di Palazzo Marino.
«Danno erariale», la spada di Damocle che ondeggia su Penati. «Chiedo a codesta Corte - si legge nel ricorso - di valutare se nel comportamento e nei provvedimenti assunti dalla Provincia si ravvisino elementi di responsabilità amministrativa-patrimoniale». In soldoni, è proprio il caso di dirlo, Albertini vuol sapere se in quei 238 milioni e 437mila euro spesi dalla Provincia per acquistare dal socio privato Marcellino Gavio il 15 per cento di Serravalle, non vi sia stato uno spreco di denaro pubblico. Nel qual caso Penati dovrebbe rispondere politicamente, ma soprattutto in solido. Gli amministratori ritenuti responsabili, infatti, sarebbero chiamati a rifondere di tasca propria. E, vista l’entità degli importi, non si tratterebbe proprio di spiccioli.
«Della Serravalle Albertini ha fatto una vicenda di ripicca personale», è sbottato nuovamente ieri Penati in un’intervista al Corriere dopo il mancato faccia a faccia alla festa dell’Unità. Dichiarazioni sintomo di nervosismo, soprattutto a scorrere le accuse messe in fila nell’esposto. Tutto fuorché emotive. «L’operazione realizzata - si legge - se non la volontà di liberarsi di un socio scomodo, non consente di ravvisare alcuna pubblica utilità giacché il controllo della Serravalle sarebbe stato comunque assicurato dal Patto di sindacato già stipulato tra Provincia e Comune». Un fiume di soldi, dunque, versato nelle già pingui casse dell’ex diavolo Marcellino Gavio. Con lo scopo, accusa Albertini, di eliminare l’ingombrante presenza di Palazzo Marino nella cabina di regìa della gallina dalle uova d’oro che incassa fiumi di denaro dai pedaggi e ne distribuisce altrettanti in appalti. Un disegno forse ingenuamente confessato da Penati all’indomani della «brillante» operazione con la confessione di voler diventare il re dell’asfalto, costituendo il terzo polo autostradale d’Italia. Il patto, sottolinea il ricorso, garantiva comunque «la maggioranza pubblica del capitale sociale e quindi il “governo” della società».
Altra faccenda quella del prezzo pagato. «Quest’ufficio - recita il documento - si riserva di trasmettere a codesta Onorevole Procura le valutazioni di advisor per il previsto collocamento in Borsa, secondo le quali il valore dell’azione Serravalle sarebbe stato congruo mediamente di poco al sotto dei 6 euro per azione a fronte del prezzo pagato di 8,831 euro per azione». Valori confermati in questi giorni dall’asta organizzata dal Comune di Como che ha ceduto all’Abm Merchant a 6,06 euro. Tolto il presunto premio di maggioranza, attacca il centrodestra, dato che il controllo pubblico era garantito dal patto, fanno almeno 75 milioni di euro di denaro pubblico sprecato. O, meglio, finito a Gavio.
Dubbi anche sulle procedure. In particolare sulla trasformazione dell’Asa, società della Provincia che si era sempre e solo occupata di acque, e diventata miracolosamente Asam (Azienda sviluppo acqua e mobilità») per acquistare le azioni di Gavio. E questo grazie a «un pegno a favore di Banca Intesa». Le azioni di Serravalle (oltre 68mila, valore nominale di 35.476.062,96 euro) per garantire il prestito che ha consentito l’acquisto. «Le modifiche statutarie sono state approvate dalla giunta provinciale, ancorché sia l’assemblea straordinaria competente all’approvazione (che in effetti vi ha provveduto nella seduta del 29 luglio 2005). Alla giunta provinciale sarebbe spettato il compito esclusivo di proporre le modifiche e non già l’approvazione».
«Il pegno è stato costituito a titolo gratuito dalla Provincia con deliberazione della giunta, benché si tratti di provvedimenti di straordinaria amministrazione. È dubbio che la Provincia possa costituire con valori mobiliari posseduti il diritto di pegno a favore di terzi». E, per di più, «l’acquisto delle azioni del Gruppo Gavio da parte di Aasam Spa ha comportato l’impegno di ingenti risorse della finanza provinciale allargata, attraverso l’indebitamento di società partecipata che quella Amministrazione ha inteso garantire e che esporrebbe potenzialmente lo stesso ente in caso di inadempimento della società mutuataria». La parola passa alla corte.