Continuano le «svolte» di Fini: in Italia c’è il rischio razzismo

da Roma

Parla di leggi razziali, del «rischio razzismo» che «perdura» e della «paura per lo straniero sempre latente» che «nasce dalla diffidenza». Nell’ultimo libro di Vespa, Viaggio in un’Italia diversa, Gianfranco Fini fa un altro piccolo passo sulla strada che prima o poi porterà al dopo Berlusconi. E ancora una volta affronta uno dei temi più sensibili per il suo elettorato con toni e argomentazioni che dentro An non sono certo all’ordine del giorno. Così, se i suoi colonnelli sono soliti accostare il tema dell’immigrazione a quello della sicurezza, il presidente della Camera preferisce sottolineare la necessità di tenere alta la guardia sul rischio che si risveglino «sentimenti di inquietudine», perché fenomeni come il razzismo «tornano in alcuni momenti della storia».
Fini, dunque, va avanti sul solco inaugurato con la svolta di qualche settimana fa, quando davanti alla platea di Azione giovani ha puntato il dito contro il fascismo tout court (stava dalla «parte sbagliata») chiudendo la querelle aperta prima da Alemanno e poi da La Russa. Un segnale inequivocabile del fatto che il leader di An non vuole tentennamenti nel processo di modernizzazione della destra italiana che deve lasciarsi alle spalle il passato post-fascista e pure quello missino. Malumori, va detto, ce ne sono stati molti. Ma passate 48 ore Fini ha dimostrato di avere ancora in mano le redini del partito che si è allineato e ha messo a tacere i mal di pancia. «Nessuno di voi - ha fatto sapere a tutto il gruppo dirigente di An - deve più pronunciare la parola fascismo». E così è stato.
Chi lo conosce bene giura che le sue parole siano frutto di convinzioni profonde e non certo di calcoli politici. E deve pensarla allo stesso modo una delle più importanti comunità ebraiche del mondo, quella di New York, se all’indomani del discorso davanti ad Azione giovani si è complimentata con il presidente della Camera. Di certo, c’è che Fini sta cercando di ritagliarsi un ruolo per il futuro, giocando la sua partita da una poltrona niente affatto facile (né per Casini né per Bertinotti è stata un bel trampolino di lancio). Il ruolo istituzionale, infatti, gli impone di tenersi lontano dalla battaglia politica quotidiana e il rischio di perdere appeal elettorale è forte. Ma Fini - l’ha confidato a più d’una persona - non aveva alcuna intenzione di ripetere l’esperienza governativa dove, è stato il suo ragionamento, «avessi fatto il vicepremier o il ministro degli Esteri sarei comunque stato il numero due di Berlusconi e mi sarei ritrovato a discutere con Tremonti un giorno sì e uno no».
Così, ha scelto di concentrarsi sul definitivo sdoganamento della destra che passerà inevitabilmente per il Pdl (dove An, più radicata sul territorio, chiede che contino solo gli iscritti mentre Forza Italia vorrebbe coinvolgere nei congressi anche i sostenitori). Con l’obiettivo di arrivare a Palazzo Chigi quando Berlusconi passerà la mano, magari per il Quirinale. Ma se e quando accadrà il panorama politico è destinato a una decisa rivoluzione e solo allora si capirà se Fini avrà avuto ragione.