Continuano a tradire lo spirito del 25 aprile

Caro Granzotto, le associazioni combattentistiche e partigiane hanno distribuito volantini con queste frasi: «L’Italia sta correndo nuovi pericoli. Emergono sempre più rischi per la tenuta del sistema democratico. Occorre una mobilitazione straordinaria». Se si riesuma questo linguaggio da «lotta di classe», ultimo rantolo antifascista, come si può pretendere che il 25 aprile sia una festa condivisa? È un inganno storico, un rimasuglio ideologico usato contro Berlusconi e contro chi lo vota. È l’Italia faziosa che pende dalle labbra ad esempio di Luciano Violante, ex presidente della Camera dei deputati, che il 25 aprile del 2001, nell’imminenza delle elezioni politiche, disse: «Se la Casa delle libertà dovesse vincere le elezioni, ci sarebbe una discriminazione di classe che viola i fondamenti della nostra Costituzione. Sappia bene chi vota a destra che rischia anche lui di perdere i diritti, a meno che abbia un grosso conto in banca». Queste parole spiegano perfettamente l’Italia comunista che fortunatamente non esiste più in Parlamento.


Quella incommensurabilmente fessa dichiarazione di Luciano Violante ha un piccolo e interessante seguito, caro Danubi. «Non è in gioco la democrazia - aggiunse - ma la qualità della democrazia certamente sì». Violante ritiene pertanto che la democrazia non sia una sola, ma ne esistano di prima e di seconda scelta, esattamente come il baccalà. Non solo. Egli afferma che si può parlare di democrazia, magari di qualità scadente ma pur sempre democrazia, anche se ai cittadini non fossero riconosciuti i diritti. Come quello alla libertà personale, ad esempio. Detto da chi è stato magistrato (e come ripete Oscar Luigi Scalfaro, un altro buono, «chi ha indossato la toga non se la leva più dalle spalle»), è un assunto che mette i brividi. La dichiarazione di Luciano Violante fa il paio - in fessaggine - con l’allarme lanciato dall’Associazione Nazionale Partigiani circa la «tenuta», neanche stessimo parlando della cintura del dottor Gibaud, del sistema democratico. Tenuta giudicata un po’ ballerina per via del tradimento di milioni e milioni di italiani (tutti fascistacci della peggior risma) che invece di votar «bene» hanno votato «male».
Sono proprio dichiarazioni di questo tenore che hanno contribuito al decesso dello «spirito del 25 aprile». I cui funerali sono stati celebrati, assai mestamente, proprio l’altro ieri. Non avendo mai acconsentito che quella data fosse una ricorrenza popolare - del popolo, inteso come l’insieme di tutti i cittadini - ma l’occasione per distinguere, con grandissima puzza sotto il naso, i cittadini «buoni» da quelli «cattivi», i combattenti «buoni» dai combattenti «cattivi», i morti «buoni» dai morti «cattivi», le vestali della vulgata partigiana si sono scavati da soli la fossa. Ove ora - metaforicamente, certo - giacciono. Non poteva finire diversamente: la retorica è come la panna montata, in piccole dosi va giù, ma se si calca la mano, stucca. Anzi disgusta. E negli ultimi cinquant’anni di retorica (e di menzogne) sulla guerra di liberazione ce ne hanno somministrata tanta che la metà della metà basta. Giovedì scorso avremmo dovuto assistere alla mobilitazione popolare, a comizi e cortei come non se ne vedevano dagli anni Cinquanta. Hanno risposto all’appello solo i quattro gatti dell’Anpi e gli sfaccendati dei centri sociali. E questo perché gl’italiani la Liberazione l’avevano festeggiata dodici giorni prima, il 13 aprile.