«Continueremo la lotta armata contro Israele»

La Rice: se non vogliono negoziare, Washington potrebbe avallare il piano Olmert sui confini

Luciano Gulli

nostro inviato a Gerusalemme

Ci sono momenti, nella storia recente del conflitto israelo-palestinese, in cui gli avvenimenti prendono improvvisamente la rincorsa. E le dichiarazioni, i proclami, le minacce reciproche, intrecciati come serpi, partono verso il cielo disegnando traiettorie che ricordano quella del Challenger impazzito dopo il lancio da Cape Canaveral nell’inverno di vent’anni fa.
Ieri è stata una di queste giornate. Ad aprire le danze, da Berlino, è stato il segretario di Stato Usa Condoleezza Rice, che ha spiegato come e qualmente gli Stati Uniti potrebbero risolversi ad accettare una decisione unilaterale di Israele (quella propugnata dal partito di Ehud Olmert, Kadima, uscito vincitore dalle elezioni di martedì) sulle nuove frontiere dello Stato da ritagliarsi saltando a piè pari ogni trattativa con i palestinesi. «Naturalmente, tutti vorrebbero una soluzione negoziata della crisi. E questo è l’obiettivo della road map. Tuttavia - ha aggiunto la Rice - per negoziare ci vogliono dei partner, e il governo palestinese appena insediatosi non accetta il principio di una soluzione negoziata».
È una dichiarazione forte e potenzialmente gravida di conseguenze, quella della Rice. Anche se il “tabù” sul ritiro unilaterale, visto come male minore, era stato già rotto l’estate scorsa con l’ostensione della paletta verde al ritiro da Gaza. Peraltro, ci faceva notare nei giorni scorsi il portavoce di Sharon Raanan Gissin, il ritiro dai Territori era già stato prefigurato in un memorandum sottoscritto fra Israele e Usa già due anni fa. Senonché, quello di Gaza è stato un esperimento per così dire “in vitro”. Mentre ora si tratterebbe di rispolverare quel memorandum, tradurlo in documento programmatico e procedere all’evacuazione di qualcosa come 80mila coloni. Il momento scelto dagli americani (due giorni dopo le elezioni che hanno avallato la “linea Sharon”) e la forza del messaggio veicolato da Berlino, sembrano pensate apposta per far saltare i nervi (nei fatti, è quel che sta già accadendo) alla frangia più radicale del nuovo governo palestinese. Mettendo quest’ultima contro l’ala più moderata del movimento che fa capo a Hanyeh.
A scendere in pista, immediatamente dopo la Rice, è stata la signora Tzipi Livni, ministro degli Esteri israeliano, che usciva da un incontro con l’inviato americano in Medio Oriente David Welch e il rappresentante del Dipartimento di Stato Elliot Abrams. Filando in perfetto accordo, i tre hanno calato un carico da 11 puntando il dito sull’«illegittima autorità di un’Autorità palestinese guidata da Hamas», distinguendo quest’ultima dalle necessità umanitarie dei palestinesi. «Questione - ha aggiunto la Livni - alla quale Israele darà la sua collaborazione».
Al fuoco concentrico su Hamas partecipa anche il Quartetto di Madrid (Stati Uniti, Russia, Nazioni Unite e Unione Europea) che ora minaccia di tagliare definitivamente i viveri all’Anp (il Canada ha chiuso la borsa ieri) dopo il niet del nuovo governo targato Hamas all’accettazione dei tre principi cardine: riconoscere Israele, rinunciare alla violenza e accettare gli accordi di pace. Senza di che, manda a dire il Quartetto, «ci saranno inevitabili effetti sull’assistenza diretta a quel governo e a quei ministri».
Le nuove, formidabili pressioni su Hamas, inaugurate l’altro ieri da Washington con l’ordine impartito a diplomatici, rappresentanti del governo e imprenditori di non intraprendere alcunché con gli “untori” di Hamas, forse pagheranno, nel medio termine, rafforzando la linea per così dire moderata di Hanyeh e quella del presidente Abu Mazen. Al momento, tuttavia, nessuno può dire se la scommessa pagherà. Il fuoco di sbarramento, da parte del direttivo di Hamas, è stato aperto dal neo ministro degli Esteri Mahmud Zahar (ala dura del movimento) che ha accusato gli Usa di perseguire la politica di sempre, «commettendo dei crimini enormi contro i Paesi arabi e islamici e aumentando la divisione che esiste tra il popolo e gli interessi americani e il Medio Oriente». Zahar si rivolge alle nazioni da cui arriva larga parte del miliardo e 900 milioni di dollari che costituiscono il budget dell’Autorità palestinese, avvertendo che le eventuali donazioni «non ci faranno piegare la testa di fronte ai nostri prevalenti interessi nazionali». Se poi i denari non arriveranno, aggiunge Zahar «ci rivolgeremo all’Africa, ai Paesi asiatici, Cina compresa, e al continente sudamericano».
A palle incatenate spara anche Khaled Meshal, leader di Hamas in esilio, che da Beirut annuncia «lotta armata a oltranza» contro Israele. «La resistenza è una scelta strategica - ha aggiunto -. E la eserciteremo in tutte le sue forme». Compreso, par di capire, il ricorso all’uso dei Guraad - missile lungo 2 metri e 80, gittata di 18-30 chilometri (una versione modificata dei razzi Katiuscia)- inaugurato l’altro ieri dalla Jihad islamica che ne ha sparato uno dalla striscia di Gaza contro la città di Ashkelon.