Conto alla rovescia scandito dai colpi di fiducia

Francesco Damato

La sorte di questo governo è fortunatamente segnata, comunque vada a finire la doppia prestazione «sessuale» voluta da Romano Prodi al Senato per dimostrare l'autosufficienza della maggioranza sul sofferto rifinanziamento della missione militare italiana in Afghanistan. Che viene osteggiata da una parte dell'estrema sinistra, già pronta a contestare anche l'invio di nostre truppe in terra libanese e palestinese, per quanto richiesto per primo dal segretario di Prc, il partito di Fausto Bertinotti, per collaborare con l'Onu sui caldissimi confini d'Israele.
Ormai è solo questione di mesi o settimane. Un preavviso di sfratto è già stato notificato a mezzo stampa a Prodi dai presidenti della Repubblica e del Senato, uno più preoccupato dell'altro per lo scempio che il governo sta facendo della democrazia parlamentare con il ricorso sistematico alle votazioni di fiducia. Esse sono reclamate da partiti e partitini che non saprebbero garantire diversamente la disciplina di parlamentari da loro stessi nominati, visto che in mancanza del voto di preferenza i candidati alle elezioni risultano eletti nell'ordine in cui le rispettive formazioni politiche li hanno messi in lista.
Un sempre più impaziente Giorgio Napolitano - se non ha affidato di nuovo a qualche suo collaboratore una retromarcia telefonica, come gli è capitato di fare recentemente con il partito bertinottiano - ha opportunamente e pubblicamente ricordato a Prodi di non avere vinto le elezioni con sei o sette punti di vantaggio. L'ha spuntata, al contrario, con margini tanto esigui da sconsigliare «quel piglio e quell’allegra tranquillità» che egli ostenta con gli intervistatori compiacenti. Ad uno dei quali il presidente del Consiglio è arrivato a dire di considerare «più sexy» la sua coalizione per i brividi che procura nelle votazioni al Senato.
«Devo dire che, stando seduto sullo scranno più alto di Palazzo Madama, questo maggiore appeal della maggioranza proprio non lo vedo», ha reagito a stretto giro d'intervista allo stesso giornale il presidente dell'Assemblea. Il quale, pensando forse ai vecchi senatori a vita alle cui stampelle è abitualmente appeso il governo, ha aggiunto: «Sarà questione d'età...».
Si dà il caso che il presidente del Senato sia quello stesso Franco Marini che da segretario del Partito popolare nella primavera del 1998 cominciò ad agitarsi per la disinvoltura politica con la quale Prodi, anche allora presidente del Consiglio, aveva preso l'abitudine di giocare a fare il duro e lo spericolato, usando anche la minaccia dello scioglimento anticipato delle Camere contro gli alleati più insofferenti. È bene ricordare che la vicenda finì miseramente nell'aula di Montecitorio con la crisi per autorete del governo, che pose imprudentemente la fiducia e andò sotto di un voto. Accadde, fra l'altro, che l'ex leghista Irene Pivetti preferì restarsene a Milano ad allattare la figlia appena nata. Ma Marini si era già cautelato dal rischio delle elezioni anticipate mettendo in cantiere il governo di Massimo D'Alema con l'aiuto del sempre immaginifico Francesco Cossiga e del disinvolto ribaltonista Clemente Mastella, rieletto alla Camera due anni prima nel centrodestra.
Se fossi amico di Prodi, gli consiglierei di fare meno lo spiritoso, anche con il sesso, e di guardarsi intorno. Ma poiché non gli sono amico per niente, gli dico di continuare così. Qualcun altro potrà succedergli presto a Palazzo Chigi.