Contrada, un caso fotocopia può farlo scarcerare

Vincenzo Gelsomino al «Giornale»: lui è più anziano di me tenerlo dentro è una cattiveria

da Roma

Due pesi, due misure. Stesse patologie, reato in fotocopia, medesimo carcere, identico giudice di sorveglianza. Solo che il moribondo Bruno Contrada deve restare in cella, mentre un altro sbirro qualunque, di nome Vincenzo Gelsomino, può tranquillamente lasciare la galera per gravi motivi di salute. Accade anche questo intorno al mirabolante «caso Contrada», distillato quotidiano di ingiustizie e meschinerie. Accade quel che per mano dello stesso Gelsomino si legge nel sito www.brunocontrada.it e che l’avvocato Giuseppe Lipera, difensore dell’ex capo della Criminalpol e poi funzionario del Sisde, ha reso noto ieri: «Il 17 maggio del 2006 il magistrato di sorveglianza del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, Daniela Della Pietra, concesse la detenzione domiciliare ad un ex dirigente della Polizia di Stato, Vincenzo Gelsomino, classe ’58, anch’egli accusato di 416 bis, perché affetto da alcune patologie».
Proprio sulla base di quel provvedimento, Lipera è tornato alla carica presentando un’istanza di scarcerazione finalizzata alla concessione degli arresti domiciliari o al differimento della pena, «in quanto si tratta dello stesso magistrato che li ha negati a Bruno Contrada». Secondo l’avvocato «siamo di fronte a una macroscopica disparità di trattamento. Questo è un altro capitolo che testimonia un accanimento da tutte le parti nei confronti di questo povero uomo. Adesso spero di riuscire a convincere la dottoressa Della Pietra dell’errore che ha commesso e a rivedere il suo provvedimento». E ancora. L’istanza di scarcerazione, dice il legale, è stata presentata «al presidente del Tribunale di sorveglianza di Napoli, al procuratore generale della Corte d’Appello di Napoli, al Csm, al procuratore generale della Corte suprema di Cassazione e al ministro Mastella. Ognuno farà le sue valutazioni...». Oltre allo stesso giudice di sorveglianza dei due poliziotti, Lipera si rivolge in particolare ad Angelica Di Giovanni, presidente del Tribunale di sorveglianza di Napoli, «organo che il 10 gennaio dovrà dire l’ultima parola sul differimento della pena per Bruno Contrada. La signora Di Giovanni è stata assistita dal giudice Gian Carlo Caselli davanti al Csm. Il magistrato, qualora dovesse presiedere il collegio, se rilevasse motivi di opportunità, può benissimo astenersi, considerato che Caselli, un mese dopo l’arresto di Contrada, ha assunto il ruolo di procuratore capo della Procura a Palermo».
Il «collega» di Contrada scarcerato per malattia, al Giornale dà sfogo alla sua ira: «Mi sembra di assistere a un accanimento senza precedenti - attacca Gelsomino - Contrada sta come stavo io, malissimo. Inoltre è molto più anziano di me. Tenerlo dentro è una cattiveria gratuita, bisognerebbe mandarlo ai domiciliari. Ho voluto dare il mio piccolo contributo sollevando il caso. Per noi poliziotti, per tutti i poliziotti, Contrada era un vero Capo e tale è rimasto. Per esperienza personale, essendo la mia storia giudiziaria e detentiva una fotocopia di quella del dottore, vi dico: se lo tengono ancora dentro rischiano davvero di ammazzarlo. Speriamo che il giudice Della Pietra non abbia un cuore di pietra».
Come se non bastasse, una perizia di parte sottoscritta dal professor Carlo Torre, docente di Medicina legale dell’Università di Torino, ricalca quanto drammaticamente riportato nelle precedenti relazioni mediche e definisce lo stato di salute di Contrada assolutamente «incompatibile con il perdurare della carcerazione poiché il rischio di un’ischemia cerebrale è altissimo». In cinque mesi Bruno Contrada ha perso 14 chili, soffre di respirazione, problemi alla vista e all’udito, ha subìto un ictus. Da ieri è tornato nel carcere di Santa Maria Capua Vetere ma si trascina peggio di prima. Barcolla, perde frequentemente conoscenza, ha tracce evidenti di atrofia cerebrale. È avvilito e depresso perché a Napoli dopo averlo rinchiuso in una cella di tre metri, senza mai farlo uscire, gli hanno fatto fare una sola passeggiata: per sottoporlo a una tac con le manette ai polsi. Lui s’è rifiutato ma l’ennesima umiliazione ha lasciato il segno.
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it