Contrada resta in carcere «Questo è un delitto di Stato»

Respinta dal Tribunale la richiesta di differimento della pena. Stefania Craxi: «Ordinaria ingiustizia»

nostro inviato a Napoli

Per lasciare la galera Bruno Contrada dovrà aspettare dieci anni. Uscirà solo a fine pena, a meno che non finisca prima in una cassa di legno. Perché nonostante le perizie di clinici illustri e la relazione del direttore sanitario del carcere propendano per un’incompatibilità assoluta col regime penitenziario, ieri si è stabilito che l’ex funzionario del Sisde non sta così tanto male da ottenere la scarcerazione o la concessione degli arresti domiciliari. La decisione del tribunale di sorveglianza di Napoli si adegua all’andazzo «negativista» inaugurato dalla procura di Palermo contraria alla liberazione, rilanciato dalla Cassazione con il deposito delle motivazioni, fatto proprio da alcuni familiari delle vittime e avallato dal Quirinale con l’improvviso dietrofront sulla grazia.
Nel rigettare la richiesta avanzata dall’avvocato Giuseppe Lipera, il tribunale di sorveglianza ha percorso la stessa identica strada indicata dal magistrato di sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere che aveva riconosciuto che Contrada stava un po’ male, ma non troppo. Le consulenze certificavano che Contrada ha disturbi al cuore? Macché, oggi scopriamo che «non emergono dati che destano particolare preoccupazione». E la proncopneumatologia cronica? E il diabete mellito? «Risultano dati assolutamente tranquillizzanti». E l’artrosi polidistrettuale e la periartrite post-traumatica alla spalla destra? «L’assunta inconciliabilità tra farmaci infiammatori e antidepressivi, già assunti dall’istante (Contrada, ndr) - continua il tribunale di sorveglianza - appare questione assolutamente risolvibile in ambito medico facendosi eventuale ricorso a soluzioni terapeutiche alternative». Sì, va bene, ma il volto scavato? Il braccio pelle e ossa? I dieci chili persi? Nulla di grave. «I sanitari riferiscono che il paziente si presenta in uno stato di nutrizione soddisfacente» per cui «non può dirsi desti particolare allarme il calo ponderale dovendosi peraltro ritenere che, non essendo lo stesso da collegare a un digiuno volontario, sia verosimile conseguenza delle difficoltà masticatorie legate alle problematiche odontoiatriche». E i problemi neurologici, fino a ieri considerati preoccupanti? Ma no, è tutto a posto: «Dagli esami si desume da un lato la presenza di un passato episodio ischemico cronicizzato che ha avuto esito sul nervo ottico ma, dall’altro, l’assenza di dati attuali di segno negativo». Quanto alla consulenza psichiatrica, infine, si evidenzia «un disturbo depressivo correlato al regime di detenzione influenzato dall’attuale restrizione degli spazi di detenzione vissuta come altamente stressante». Non un disturbo psichiatrico preoccupante, piuttosto un banale «disagio umorale». Il centrodestra insorge. Stefania Craxi parla di delitto di Stato e di ordinaria ingiustizia, Chiara Moroni invoca un intervento del Colle, Lino Jannuzzi sollecita una commissione d’inchiesta sul caso Contrada, Fabrizio Cicchitto parla di sistema giudiziario con due pesi e due misure, Margherita Boniver si esprime in termini di «accanimento giudiziario». Un accanimento, già. Con Sofri, Bompressi e la Baraldini, o con altri detenuti dichiaratamente malati, non ci si è comportato con tanta pertinacia. Giustamente liberi, loro. Ingiustamente perseguitato, umiliato, e sepolto vivo, lui.
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it