Contrada sacrificato per ridare credibilità ai giudici di Palermo

Stefania Craxi

A commento della sentenza Contrada, i giornali hanno scritto che la Procura palermitana era molto preoccupata dei riflessi che un’eventuale assoluzione avrebbe avuto sul caso D’Antone, l’ex capo della Mobile in carcere per una condanna a dieci anni provocata dalle «rivelazioni» degli stessi pentiti, Cancemi, Siino e Marchese, che accusano Contrada. È stato scritto anche che le due condanne servono a risarcire la Procura della sconfitta subita con il processo Andreotti, avallando le ombre che la sentenza, pur assolutoria, ha lasciato sulla condotta del senatore a vita.
Se le preoccupazioni della Procura sono state condivise dal collegio giudicante si potrebbe concludere che la condanna di Contrada è un vero e proprio atto d’ingiustizia, perché la sentenza sarebbe inficiata da una cultura di casta. Il pm che sosteneva l’accusa ha invitato i giudici a «giudicare sulle carte», cioè sulle accuse dei pentiti tralasciando la carenza dei riscontri e la accorata difesa di Contrada. E così è stato, dopo ben 14 anni di tribolazioni trascorsi tra il carcere e le aule giudiziarie. Il fatto è che la giustizia a Palermo vive di mafia e di Antimafia e in questo sistema i pentiti sono un pezzo importante cui nessun magistrato sembrerebbe poter rinunciare. Sono i pentiti che consentono processi clamorosi - ieri Andreotti, oggi Contrada, domani Cuffaro - con i pm protagonisti sui giornali; e se al protagonismo aggiungiamo la non imparzialità politica che sembra contraddistinguere le procure di Palermo e di Milano, ecco spiegati i tanti processi costruiti su delazioni interessate o su indizi inconsistenti che tuttavia occupano le cronache dei giornali (da ultimo, a Milano, la storia dell’avvocato Mills che Berlusconi avrebbe corrotto). Le supposizioni investigative diventano prove.
Alla sentenza di Palermo ha fatto eco, a Milano, l’ennesimo atto di riguardo per l’ex presidente Unipol. Per gli stessi reati Fiorani è in carcere da tre mesi, Consorte ha subito finora solo un interrogatorio, ed ora gli è stato concesso di rinviare di tre mesi il secondo. Quando Berlusconi denuncia la giustizia di parte c’è ancora qualcuno, a sinistra, che finge di indignarsi.
In un articolo sul Corriere Magazine, Angelo Panebianco chiede che «il Parlamento intervenga sulla malagiustizia». Panebianco cita Parigi dove, dopo un processo che ha mandato alla sbarra tredici innocenti, il Parlamento ha votato l’istituzione di una commissione parlamentare di indagine. Ma Panebianco non si fa illusioni: «Immaginate se qualcuno proponesse di fare qualcosa di simile in Italia! Si scatenerebbe l’inferno, si sentirebbe gridare contro la violazione della divisione dei poteri, contro l’attacco senza precedenti all'indipendenza della magistratura». È un alibi, questo dell’indipendenza, dietro cui si nasconde anche l’impudenza con cui un magistrato, ha risposto all’invito di Ciampi ad «apparire» (oltre che essere) indipendenti e imparziali. Vedasi il pm che si è fatto vedere a convivio con Nanni Moretti in procinto di lanciare Il caimano, il suo film preelettorale contro Berlusconi. Un incontro così riservato da finire su tutti i giornali. Mi sembra utile concludere con un accenno ai programmi elettorali in materia di giustizia. Berlusconi promette di sciogliere finalmente uno dei nodi della malagiustizia italiana, separando definitivamente la magistratura inquirente da quella giudicante. Il programma di Prodi impegna ben 21 pagine delle 281 complessive. Garanzie a tutti, ma soprattutto ai giudici, per i quali Prodi ha almeno quattro occhi di riguardo. Il programma della sinistra è una vera contro riforma che tende ad eliminare quel poco di razionalità introdotta nella giustizia dal centrodestra e istituzionalizzare la magistratura come contropotere. Per il momento la sinistra incassa il favore elettorale dei magistrati; ma se davvero riuscisse ad attuare il suo sconsiderato programma sarebbe la stessa sinistra a pagarne ben presto le spese.