«Contrada sta morendo in carcere Ora Napolitano conceda la grazia»

La deputata azzurra: «L’ex numero tre del Sisde è malato e depresso, in cella rifiuta il cibo e ha perso 11 chili. La classe politica è impotente davanti ai soprusi dei magistrati»

da Milano

«Bruno Contrada rischia di morire in carcere. Di fatto, è già sepolto vivo. Nel silenzio generale dei garantisti di casa nostra, di centrodestra e di centrosinistra». Scandisce le parole con rabbia Stefania Craxi, deputata di Forza Italia. L’ex numero tre del Sisde, condannato a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa, solo ieri ha toccato cibo, nel penitenziario militare di Santa Maria Capua Vetere, dopo cinque giorni passati a rifiutarlo perché la dieta di un carcerato è nociva per un malato affetto da una grave forma di diabete come lui. Il grido di allarme della moglie Adriana e la lettera con cui l’avvocato Giuseppe Lipera chiede al capo dello Stato di concedere la grazia «sua sponte» restano atti isolati. C’è stata un’interrogazione del senatore della Destra Francesco Storace al guardasigilli Clemente Mastella. C’è stato un appello a Giorgio Napolitano da parte della deputata di Forza Italia Margherita Boniver. Null’altro.
Stefania Craxi, lei è l’unica che sia andata a trovare Contrada in carcere.
«Non una, ma tante volte. La prossima spero di poterlo andare a trovare nella casa popolare di Palermo in cui abita. Spero che lo libereranno nello stesso giorno in cui lo arrestarono 15 anni fa: il 24 dicembre».
Intanto però il presidente dell’ufficio di sorveglianza ha rigettato l’istanza di arresti domiciliari per motivi di salute.
«La dottoressa Daniela Della Pietra ha fatto onore al suo nome. Contrada resta in cella nonostante tre perizie ne attestino uno stato di salute, dal diabete di tipo B al rischio di ischemia, incompatibile con il regime carcerario».
Lei come lo ha trovato?
«Dal maggio scorso, quando è arrivata la sentenza definitiva della Corte di cassazione, l’ho visto perdere undici chili. È molto debilitato, invecchiato. Ed è molto depresso».
Si è lamentato con lei?
«Bruno Contrada non è persona che si lamenta, mantiene grande dignità. Di certo è amareggiato. La cosa che più lo fa soffrire, e che certo non ne aiuta le condizioni fisiche e psicologiche, è il sentirsi condannato proprio da quello Stato che ha servito per 40 anni».
L’avvocato Lipera ha paragonato il caso di Contrada a quello di Enzo Tortora.
«A favore di Contrada hanno testimoniato cinque capi di polizia, tre dei Servizi segreti, dirigenti di altissimo grado dei carabinieri. Ma il pm ha ritenuto di credere a pentiti mafiosi pluriomicidi».
Chi combatte la mafia rischia il fango, ha detto Contrada.
«Vede, anche non volendo rivangare una condanna ingiusta, deve esistere una pietà umana. È un’ingiustizia assurda equiparare il reato di associazione mafiosa a quello di concorso esterno. E proprio l’Italia che è in prima fila per la lotta alla pena capitale, sta infliggendo a un suo servitore una condanna a morte dilazionata nel tempo. Una vergogna».
Lei ha cercato di convincere Contrada a chiedere la grazia?
«Non gli chiederei mai di fare una cosa contraria alla sua dignità. Lo ha detto lui stesso: “Io non chiederò mai la grazia, perché la grazia la chiedono solo i colpevoli”».
Il ministro Mastella ha risposto al senatore Storace che il caso non è di sua competenza, perché Contrada ha scelto di scontare la pena in un carcere militare.
«Abbiamo una classe politica senza spina dorsale, impotente di fronte ai soprusi della magistratura».
Crede che Napolitano concederà la grazia «sua sponte»?
«Io spero che il capo di uno Stato che si riempie la bocca con la moratoria sulla pena di morte non faccia vincere il giustizialismo. Io sto preparando un appello a chiunque possa fare qualcosa, e una battaglia politica con il senatore Lino Jannuzzi, che su Contrada ha scritto un libro. Spero sia un lavoro inutile, perché spero che a Natale Contrada sia a casa».