Il contrappasso dell’assassino sequestratore

Se è giustizia divina, è arrivata con un po’ di ritardo: perché in carcere si racconta che il Pippo Sanzone di oggi è un uomo molto diverso dalla belva che vent’anni fa, insieme ad un gruppo di balordi insospettabili, rapì e fece a pezzi un tranquillo imprenditore milanese. Quando alla Tana del Lupo, una fosca tenuta in riva al Ticino, il tenente Zuliani e il maresciallo Nicastro si misero a scavare, trovarono il corpo di Trezzi sezionato in sessantasette pezzi. Un orrore di fronte al quale la storia di oggi di Pippo Sanzone, il fatto doloroso che si ritrovi anche lui col corpo devastato, ridotto in condizioni forse peggiori della morte, ha il sapore inevitabile della nemesi. Una banale ernia del disco, operata male in carcere. La spina dorsale lesionata. E Sanzone ridotto a un essere immobile.
Ha lasciato il carcere nelle settimane scorse, in silenzio. Sul suo fascicolo c’era scritto «fine pena mai», il marchio degli ergastolani. Il tribunale di sorveglianza ha ritenuto che le sue condizioni disperate fossero incompatibili con il carcere. D’altronde tutte le relazioni degli educatori e della polizia penitenziaria sul comportamento di Sanzone in questi vent’anni di carcere erano buone. E Sanzone è uscito. O, meglio, lo hanno portato fuori, a casa di una parente che si occuperà di lui.
I giudici non si sono nascosti la delicatezza (...)