Contrappunto MediaRai, la stampa e la sindrome dell’ircocervo

Il 60° Festival di Sanremo è appena cominciato ed è già partito il tormentone del Mostro a due teste. Cos’è il Mostro a due teste? È l’ircocervo della Tv, metà cervo e metà capra. Fuor di metafora, mezza Rai e mezza Mediaset. Fuse in MediaRai o RaiSet o come si vuol chiamare appunto il Mostro del pensiero unico televisivo, il cui acronimo fa Moput. Scherzi a parte, il giochino è stato innescato dalla decisione dei vertici della Tv commerciale di risparmiare Zelig, Io canto di Gerry Scotti e le Iene per la settimana sanremese, sostituendoli con film pescati dal magazzino. Quale prova più incontrovertibile dell’inciucio televisivo! Se Mediaset non fa controprogrammazione, se non va alla guerra e batte in ritirata vuol proprio dire che Tv di Stato e Biscione sono una cosa sola. È l’analisi più ovvia, lo schema più automatico, scattato subito come un irascibile metal detector per un innocente mazzo di chiavi dimenticato in tasca.
A ben guardare le cose stanno diversamente. Siccome Sanremo è Sanremo, che senso ha andare a sbattere contro il Festival, «faraonica follia rispettata da tutti, persino dalla concorrenza», come ha scritto anche Aldo Grasso? Nella programmazione abituale Zelig, Io canto e le Iene sono cavalli vincenti. Inutile sfiatarli contro il Festivalone rampante, in una settimana nella quale, ascolti a parte, non si parla che della kermesse canora. Meglio risparmiare i purosangue, preservando l’attacco per quando l’avversario è senza armatura, spalmandone gli effetti su una parte più lunga della stagione.
Niente da fare, La Stampa ieri ha rispolverato l’ircocervo, titolando: «Santa MediaRai senza concorrenza». Peccato l’abbia fatto in due pagine, nelle quali, per parlare del Festivalone di Mamma Rai, ha intervistato due campioni della scuderia Mediaset come Maria De Filippi e Paolo Bonolis. Alla fine i casi possono essere solo due. O anche da quelle parti sono vittime della sindrome dell’ircocervo, oppure, come recita il Devoto Oli, l’ircocervo è una sorta di «chimerica assurdità».