Contrario È una trovata demagogica Il set non è un palco rock

Di sicuro Luciano Ligabue non farà come quel maleducato di Goran Bregovic: nell’agosto 1999, chiamato da Marco Müller a fare il giurato al festival di Locarno, il musicista bosniaco mollò tutto al primo giorno, non s’è mai capito perché (pare non gradisse la sistemazione in albergo, troppo spartana rispetto allo status di padreterno). Il tosto rocker di Correggio, classe 1960, alloggerà invece al Des Bains di Morte a Venezia, riverito e servito come s’addice ai sette giurati della 66ª edizione della Mostra del cinema.
Müller, nel frattempo approdato al timone del festival più ambito, dunque ci riprova con una star, maledetta ma non troppo, della musica giovanile, tendenza pop. E tuttavia, intervistato due settimane fa da Gino Castaldo su Repubblica, Ligabue ha subito premesso che la ravvicinata maratona settembrina all’arena di Verona, otto date con l’orchestra sinfonica, potrebbe diventare «la complicazione più grossa». Per questo ha chiesto alla Biennale di avere una macchina sempre a disposizione, «nel caso dovessi scappare a Verona...». In compenso s’è detto «gasato all’idea di fare una scorpacciata di film», pur non conoscendo personalmente nessuno degli altri giurati, neanche Liliana Cavani, originaria di Carpi, quindi emiliana come lui. Alla fine, gira e rigira, la sua presenza al Lido dal 2 al 12 settembre sarebbe un modo per sdebitarsi con la Mostra, che nel 1998 accolse fuori concorso Radiofreccia, dal «Liga» firmato alla regia, ma in buona misura diretto nell’ombra da Antonello Grimaldi (nel 2002 seguì il disastroso Da zero a dieci e la pagina cinema si chiuse lì).
Intendiamoci, non ho niente contro Ligabue, artista eclettico, anche simpatico, magari con eccessive ambizioni da romanziere e poeta, asceso a icona rock un gradino sotto il gran rivale Vasco Rossi. L’uomo è popolare, altrimenti non sarebbe stato «rifatto» per una pubblicità della Lidl che passa in tv o parodiato da Neri Marcoré con esiti spassosi, in chiave di stuzzicante satira politica («Una vita da prodiano» o l’inno del Pd sulle note di «Certe notti»). Ma una cosa è riempire gli stadi italiani schitarrando fumiganti ballate generazionali, un’altra è sedere in una giuria superprofessionale chiamata a valutare i film di un concorso internazionale tra i più prestigiosi al mondo.
Francamente - si può dire? - suona come una furbata demagogica, un giochino yé-yé, una trovatina mediatica. Per la serie: guardate come siamo fighi, anti-accademici. Così se negli anni Ottanta il direttore Gian Luigi Rondi sfoderava giurie pompose, pletoriche, eclettiche, ricolme di premi Nobel o venerati maestri del calibro di Ionesco, Balthus, Petrassi, Vespignani, Grass, adesso Müller, uomo da cinema-cinema, poco trasversale nei gusti, si illude di marcare una differenza, fors’anche culturale, col suo stesso passato, ingaggiando una celebrità del rock, sanguigna e ruspante, che gira in jeans e stivali da cowboy.
Poi, magari, il presidente Ang Lee saprà mettere a punto un palmarès coi fiocchi, cavandosela meglio del bollito Wim Wenders dello scorso anno, guidando con sagacia i suoi giurati attraverso le insidie e le bellezze del concorso. Vedremo. Non di meno, dopo Dante Ferretti (2005), Michele Placido (2006), Emanuele Crialese e Ferzan Ozpetek (2007), Valeria Golino (2008), avrei preferito l’italiano o gli italiani del consesso veneziano fossero del ramo, regista, attore o sceneggiatore non importa, comunque addentro alle cose del cinema, bene informati. Teorizza invece Ligabue: «Il punto è che scrivere canzoni, così come fare film, è un atto di presunzione: alzi la mano e quando la gente si gira tu devi avere qualcosa da dire. Questa presunzione è perdonabile solo se mostri un bisogno». ’Sto benedetto bisogno lo vado a cercare in una delle sue poesie. Recita: «Conosco il muschio senza fargli conoscere me / conosco il bordo del mondo per sentito dire / non mi lascio minacciare nel futuro / inalo il monte rosa». Inala.