Il contribuente Chiesa, tra vantaggi e esenzioni

Quattro miliardi annui di esenzioni fiscali. Un bel gruzzolo, non c'è che dire. Che merita però di venir spiegato nel dettaglio e che nasce da provvedimenti ben precisi che, centrosinistra o centrodestra al governo, si sono succeduti in Italia dai Patti Lateranensi in poi.
È un dato di fatto, con buona pace degli ipercritici che, oltre all'otto per mille di finanziamento ufficiale dallo Stato, al cinque per mille, affidato al buon cuore dei fedeli e dei non fedeli che vogliono lavarsi la coscienza, ai vari lasciti e alle varie donazioni, la Chiesa si sia, come dire, abituata, per consolidata consuetudine, a battere cassa. E a lanciare Sos al governo centrale, ai comuni grandi come Roma (le polemiche di queste ore la dicono lunga) e persino a quelli piccoli come Maccagno, duemila anime al confine con la Svizzera, dove la parrocchia riceve 400 euro all'anno dall'amministrazione comunale «per contributo campane».
Se è vero come è vero, dati aggiornati forzatamente al 2008, che la Chiesa riceve oltre un miliardo di euro dai versamenti dell'otto per mille e oltre 25 milioni di euro con il famoso cinque per mille (le libere offerte dei fedeli attraverso la dichiarazione dei redditi) è anche vero che la Chiesa incassa direttamente oltre 700 milioni per gli stipendi degli insegnanti di religione, 800 milioni per le convenzioni su scuola e sanità e 350 milioni per il finanziamento dei Grandi eventi.
Ma il nocciolo del problema sta nella serie di vantaggi fiscali concessi al Vaticano che, in tempi recenti, sono stati oggetto persino di un'inchiesta dell'Unione europea e cioè l'esenzione dall'Ici, da Irap, da Ires e da altre imposte, come quelle sulle attività turistiche e commerciali purché siano all'interno di strutture ecclesiastiche. Totale: 4 miliardi annui di euro di esenzioni fiscali. Una somma (è la stessa Conferenza episcopale italiana a dichiararlo) che solo per un quinto viene destinata a interventi di carità e di assistenza sociale.
Ma anche un trattamento definito di favore dalla commissione Ue che, ancora una volta, ha pensato bene di venire a sfrucugliare il nostro Paese perché infastidita, a torto o a ragione, dal fatto che l'Italia conceda alla Chiesa un regime fiscale agevolato rispetto ai concorrenti laici.
D'altra parte se ci limitiamo a prendere in considerazione soltanto l'esenzione dall'Ici (stabilita nel decreto fiscale, legato alla legge finanziaria del 2006) possiamo dire, con la conferma della stessa Cei, che già qualche anno fa, il risparmio era stimato in circa un miliardo di euro all'anno. Tanto per essere chiari sull'Ici, mentre un ospedale privato la paga regolarmente, un ospedale che ha una piccola cappella al suo interno non la paga. Stesso discorso per gli alberghi.
Non solo. La legge italiana stabilisce che il reddito dei fabbricati di proprietà della Santa Sede è esente dall'Ires, mentre i fabbricati destinati esclusivamente all'esercizio del culto e quelli esistenti nei cimiteri e loro pertinenze non vengono considerati produttivi di reddito, a prescindere dalla natura del soggetto che li possiede. Quanto all'Irap la legge stabilisce poi che le retribuzioni corrisposte ai sacerdoti dalla Chiesa cattolica non costituiscono base imponibile. E un occhio di riguardo ha voluto mantenere il legislatore anche quando si è trattato di stabilire il morbido trattamento fiscale dei proventi derivanti dall'attività lavorativa dei religiosi appartenenti agli enti ecclesiastici.
Sarebbe tutto o quasi se non ci ricordassimo anche di precisare che i dipendenti della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano sono esentati dall'Irpef e che le retribuzioni, di qualsiasi natura, le pensioni e le indennità di fine rapporto corrisposte dalla Santa Sede, dagli altri enti centrali della Chiesa cattolica e da altri enti gestiti direttamente dalla Santa Sede ai propri dignitari, impiegati e salariati sono pure esenti dall'Irpef e dall'imposta locale sui redditi. Sarebbe il caso di ricordare pure, per completezza d'informazione, che anche gli immobili pontifici sono esenti da tributi sia ordinari che straordinari. E che le merci provenienti dall'estero e dirette alla Città del Vaticano, o fuori della medesima, a istituzioni o uffici della Santa Sede, ovunque situati, sono sempre ammesse da qualunque punto del confine italiano e in qualunque porto del nostro Stato al transito per il territorio italiano con piena esenzione dai diritti doganali e daziari.