Contro il bullismo non serve la restaurazione di Fioroni

Abbiamo passato un anno intero a discutere di casi di bullismo: Palermo, Torino, Milano. Un fenomeno preoccupante, purtroppo ormai endemico e strutturale. Da anni, se non da decenni. La scuola, quella che abbiamo, del resto, è quella napoleonica e taylorista delle discipline separate, uniforme e rigida, dove tutto è imposto e quasi nulla è scelto dagli allievi e dalle famiglie. Nella precedente legislatura i mass media non hanno discusso di bullismo perché all’ordine del giorno dell’agenda politica c’era finalmente qualcosa che si percepiva come la vera scommessa per vincere questo fenomeno. Mettere a fuoco un paradigma scolastico più educativo di quello attuale, fondato sulla libertà, sulla scelta, sulla personalizzazione, sulla prevalenza della qualità dei risultati di apprendimento, nonché sulla responsabilità degli attori del processo educativo, a cominciare dagli allievi e dai docenti: la famosa accountability, il rendere conto dei risultati e delle scelte compiute. Tutto questo è stato liquidato dal governo Prodi. Via il docente tutor, via il portfolio delle competenze, via il curriculum flessibile con le varie opzionalità per alunni e famiglie, via la flessibilità all’ingresso della scuola, via (soprattutto) il controllo universale degli apprendimenti degli alunni, via la carriera dei docenti, dando finalmente un premio professionale e finanziario (il tutorato appunto) ai migliori. Il ministro Fioroni non si è nemmeno accorto che nella precedente legislatura era stata reintrodotta la valutazione dei comportamenti degli allievi. Come pretendere di vivere in una comunità, se non si rispettano regole elementari della convivenza? Come non capire che anche, e soprattutto, il controllo delle emozioni è frutto di un apprendimento? Come pretendere di essere «promossi» se si fanno continue assenze ingiustificate? Certo, se si vuole ridurre la valutazione dei comportamenti al vecchio voto di condotta non si andrà lontano. Al contrario, noi avevamo posto le condizioni normative e tecniche perché non si tornasse al 1924, ma si assumesse il problema della «condotta» all’interno del grande tema pedagogico della connessione tra etica e logica, tra sapere disciplinare e azione morale, tra essere e dover essere personale e organizzativo. Tutto ciò non è stato mai preso in considerazione, anzi si spaccia per novità ciò che è già legge.
Né ci convincono le lamentazioni che vengono sempre pronunciate (vedendo, ad esempio, che la povera professoressa di Palermo sarebbe stata santificata se invece di far scrivere «sono un deficiente», accettato peraltro senza «i», avesse avuto la furbizia di far scrivere «mi sono comportato da deficiente»). Conseguenze, mi pare ovvio, di un anno perso a discutere degli effetti, cioè del bullismo e della sua fenomenologia, più che delle cause della crisi di cui tale fenomeno è manifestazione. Una politica evasiva e ancora troppo sessantottina. In più, con una sempre crescente spettacolarizzazione. Non a caso Benedetto XVI ha nuovamente ricordato quanto il vuoto educativo del nostro tempo non possa prolungarsi oltre, pena un collasso collettivo di cui è difficile intravedere l’ampiezza.
*Responsabile Scuola
di Forza Italia