Contro la famiglia manca solo l’incesto

Dopo i Dico sarà la volta dell’incesto legalizzato? Le premesse ideologiche all’escalation sono state poste da Dacia Maraini nella sua rubrica sul Corriere della Sera, che questa settimana recava un titolo leggiadro: «La “famiglia naturale”? Non esiste, perché la natura è violenza, caos e incesto». Essendo figlia dell’etnologo Fosco Maraini, tutto lascia supporre che la scrittrice abbia competenze specifiche sull’argomento. Per di più è stata la compagna di Alberto Moravia, un grande esperto di biologia: infatti la sua principale occupazione, oltre a un dialogo assiduo col proprio organo genitale, erano i viaggi in giro per l’Africa a fotografare merde d’elefante, come mi ha sempre detto Sergio Saviane.
«Il Papa sostiene, con ostinato candore, che si deve difendere la famiglia naturale», non si dà pace la signora. Un proposito evidentemente folle, quello di Benedetto XVI, visto che «nel mondo naturale il più grosso mangia il più piccolo, il più robusto schiavizza il più debole, le madri si accoppiano con i figli, i padri con le figlie, i fratelli con le sorelle». Oh, ma che razza di gente frequenterà la Maraini? Subito dopo, tuttavia, è lei stessa a riconoscere che certe discipline «impediscono il vivere selvaggio del nucleo originale». Appunto, perché metterle in discussione allora? Tanto più che «la famiglia del tutto artificiale» è in grado di opporsi «allo sperpero e al caos», rimarca più avanti.
Ma alla scrittrice preme soltanto dare per assodato che «l’incesto, presente in tutte le specie, anche nell’uomo», e soprattutto nella sua produzione letteraria, considerato che la protagonista di Lettere a Marina voleva intendersela con la propria madre, «addirittura ammesso in certe circostanze storiche – vedi gli antichi egiziani – è stato proibito, come racconta bene Malinowski, per permettere alle prime tribù di espandersi, andare a cercare altre tribù, intrecciare rapporti e quindi aprire scambi di idee, di conoscenze, di esperienze». Insomma, si tratterebbe di un impaccio culturale, di una sovrastruttura diventata superflua in tempi di globalizzazione. A parte che le regole sociali rappresentano comunque il principale fattore evolutivo del consesso umano, converrà ricordare che l’etnologo polacco citato dalla Maraini ha elaborato le sue stravaganti tesi dopo aver esaminato i trobriandesi della Nuova Guinea, i quali all’inizio del secolo scorso erano ancora convinti che fossero gli spiriti a rendere madre una donna, penetrando nel suo corpo attraverso la testa, e negavano la correlazione fra coito e concepimento (magari lo negano ancor oggi, bisognerebbe tornare alle isole Trobriand a indagare), e non erano neppure sfiorati dall’idea che possa esistere l’adulterio, per cui se un uomo rientrava al villaggio dopo una lunga assenza e trovava la moglie gravida, ne giustificava lo stato interessante attribuendolo all’azione dei predetti spiriti.
Manco avessero letto nel pensiero di Dacia Maraini con sette anni d’anticipo, Patrick Stübing e sua sorella Susan, tedeschi di Lipsia, si sono regolati di conseguenza e vivono come marito e moglie già dal 2000. Nel 2001 ebbero un figlio e furono processati per incesto. Pena mite: 10 mesi con la condizionale a lui, assolta perché minorenne lei. Il neonato fu dato in adozione. Tornati a casa, gli sciagurati fecero altri due bambini e finirono nuovamente alla sbarra: 25 mesi di reclusione per lui, affidamento al tutore per lei. Prima di entrare in carcere, il fratello-marito riuscì a mettere di nuovo incinta la sorella-moglie. Nacque così il quarto figlio.
Ora l’avvocato Endrik Wilhelm ha deciso di portare il caso dei due degenerati, 30 e 22 anni, davanti alla Corte costituzionale, sostenendo una tesi ardita che non dispiacerà alla Maraini: il reato d’incesto punito dall’articolo 173 del codice penale tedesco (tre anni di carcere per i genitori che s’accoppiano con i figli, due anni per i fratelli che fanno sesso fra di loro) è da ritenersi un detrito del passato, basato su una legge del 1851 che condanna il «disonore del sangue». Per di più, secondo il legale, esso violerebbe il diritto all’autodeterminazione sessuale, dal momento che nessuna legge proibisce a persone anziane, disabili o affette da tare ereditarie di concepire bambini, nonostante l’alta probabilità che questi nascano con malformazioni. L’avvocato Wilhelm arriva ad affermare che il divieto d’incesto maschera un intento eugenetico, poiché vietando i rapporti fra consanguinei, nel timore che mettano al mondo figli menomati, si compie una selezione ereditaria positiva. Dal suo punto di vista, il rispetto delle libertà individuali giustifica il fatto che tre dei quattro figli concepiti dai fratelli incestuosi di Lipsia siano nati handicappati.
Siamo, lo vedete da voi, al totale sovvertimento dell’etica universale e del comune buonsenso. Come rileva persino il professor Carlo Flamigni, pioniere delle più accanite sperimentazioni in tema di riproduzione umana, le motivazioni contro l’incesto sono di natura empirica. Il paladino della fecondazione artificiale ipotizza che alcune donne ricevano il seme dal medesimo donatore e siano inconsapevoli di questo fatto, essendo il donatore sconosciuto: «In tali casi», scrive, «è possibile che i figli di queste donne si incontrino e che scelgano di avere rapporti sessuali dai quali potrebbero nascere figli. Esiste dunque il problema di incesto potenziale ed esiste il problema della possibile patologia genetica che può conseguire alla nascita di un bambino che è figlio di due fratellastri».
Altro che un tabù inventato «per difendere la famiglia artificiale». Il ripudio dell’incesto è secondo natura proprio perché salvaguarda innanzitutto la nostra specie. Qualora inclinasse ai rapporti sessuali con discendenti, ascendenti o affini, l’umanità finirebbe per autodistruggersi. Peraltro neppure l’essere più depravato riuscirebbe a dimostrare che se le relazioni incestuose producessero, per assurdo, effetti benefici, tutti s’affretterebbero a praticarle.
Ma vi pare che i teorizzatori della naturalità dell’incesto si preoccupino del danno arrecato all’eventuale prole? Dacia Maraini, ancorata alle viete teorie malinowskiane, non sembra neppure sfiorata dall’idea che un uomo e una donna normali si astengano per istinto, e non per costrizione giuridica, dall’infliggere a ciò che hanno di più caro – un figlio – la condanna a vita di ritrovarsi con dei genitori-zii.
È la legge biologica, non la religione, non il diritto, non la precettistica frutto di pregiudizi borghesi, a respingere come aberrante l’incesto. Che «provoca in chi ne è vittima disturbi psichici di varia natura, comprese patologie di carattere psicosomatico, angoscia depressiva, pesante senso di colpa e profonda vergogna»; che induce «nelle persone che l’hanno subìto in età infantile una tendenza al suicidio in percentuale sei volte maggiore di altri soggetti»; che è correlato a «disordini inerenti al corpo e alla sua immagine (per esempio, nel 5% dei casi di sindromi anoressiche e bulimiche)»; che «introduce una possibilità di confusione tra genitori e generati, tra creatore e creature, instaurando il progetto perverso di annullare la restrizione di ogni vincolo familiare»; che cancella «la differenza tra adulti e bambini, tra passato e futuro, tra etica e libertà assoluta». Non è Joseph Ratzinger a dirlo: sta scritto nel Dizionario enciclopedico della salute e della medicina edito dalla Treccani, che a pagina 342 bolla questa ripugnante pratica con una definizione che è insieme scientifica e morale: «Una catastrofe».
Ma in tempi di relativismo suicida, che vedono ogni verità antropologica rovesciata nel suo contrario, per capire tutto questo non basta tenere sul Corriere della Sera una rubrica intitolata Il sale sulla coda. Bisogna averlo in zucca, il sale.
Stefano Lorenzetto
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it