Contro i muri e pro immigrati: l’ultima predica di Gianfranco che entusiasma i democratici

RomaLa forte e inflazionata retorica dell’«abbattimento dei muri» è tornata di moda dopo le celebrazioni berlinesi. All’esercizio di stile non si è sottratto il presidente della Camera, Gianfranco Fini.
«Le ideologie si sono dissolte - ha detto intervenendo al convegno dell’Associazione ex parlamentari - ma qualcosa è rimasto sotto forma di un antagonismo che continua a produrre ostilità». La terza carica dello Stato ha riproposto una critica del «bipolarismo muscolare», ossia della contrapposizione tra centrodestra e centrosinistra che, secondo alcuni (tra i quali Pier Ferdinando Casini), impedisce riforme condivise. Come esempio il presidente ha citato la Costituzione, «perimetro della casa comune di tutti gli italiani».
Non per nulla il messaggio è rivolto anche a «quei nuovi italiani che crescono nelle nostre scuole». Un segnale in codice a Umberto Bossi: anche gli extracomunitari nati in Italia, quelli della «generazione Balotelli», hanno pieno diritto alla cittadinanza e al voto amministrativo. Ma, come successivamente precisato nel corso di una lectio magistralis, ciò non comporta la creazione di liste etniche, un «modello fallito». Analogamente, i respingimenti dei clandestini non sono sbagliati, ma «vanno garantite politiche per verificare il diritto all’asilo». Solo un gioco in punta di fioretto.
Cosa ha chiesto dunque Fini agli ex parlamentari? Di offrire un contributo per veicolare valori. Perciò si è appropriato del titolo di un loro convegno: «La democrazia è forte dove il Parlamento è forte». E per l’ex leader di An il Parlamento è forte «non solo quando dispone di efficaci poteri d’intervento, ma anche e soprattutto quando gode di considerazione sociale». È solo «il libero e ampio confronto parlamentare» a consentire «un alto livello di mediazione politica e sociale».
Difficile non leggervi un’eco del richiamo del presidente Napolitano («si fa poco con scarsa qualità») e una «sottolineatura» nei confronti del presidente del Consiglio Berlusconi, più volte ripreso per il ricorso alla decretazione d’urgenza. Tant’è vero che il presidente dei senatori Pdl Gasparri ha voluto rispondere: «Nelle riforme bisogna ricercare la condivisione ma non si può impedire la decisione». Infatti, a conclusione dell’intervento, Fini non ha citato certo il giurista Carl Schmitt (il teorico della «decisione»), ma il gesuita Teilhard de Chardin, pensatore agli antipodi delle sua formazione culturale giovanile.
Il «muro» che il presidente della Camera sta cercando di abbattere non è certo quello delle ideologie, bensì quello delle eredità storico-culturali. Un tentativo intellettuale con un risvolto politico. Perché procura crediti e simpatie nell’area moderata, liberal e socialdemocratica. A sostenere le tesi di Fini ieri è stata la pd Marina Sereni. Non è stato un caso.
Nella lectio magistralis il presidente ha poi denunciato la «latitanza della politica con conseguente abbandono di questioni delicate e cruciali nelle mani dei giudici», come il fine vita. Occorre, dunque, restituire centralità alla legge senza «espropriare» gli individui. E qui occorre ancora una traduzione: sul testamento biologico alla Camera non ci saranno sconti alla maggioranza.
La nuova veste di Fini effettivamente mal si concilia con il pragmatismo berlusconiano, carico di successi ma «filosoficamente» meno accattivante delle due nuove stelle polari finiane: Sarkozy e Merkel. Quest’ultima, però, deve la propria fortuna politica più alla continuità con la tradizione di Helmut Kohl che non all’abbattimento del Muro. Che nel 1989, quando era solo una giovane ricercatrice della Ddr, la colse di sorpresa.